Cresce la mobilità sanitaria interregionale e raggiunge la cifre record di 5,04 miliardi, il livello più alto mai registrato e superiore del 18,6% a quello del 2021 (4,25 miliardi). È quanto emerge dal report della Fondazione Gimbe che conferma l’incremento del flusso di pazienti che si muovono verso altre regioni per ragioni sanitarie. I dati confermano anche il peggioramento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un flusso enorme di pazienti e di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive. "Questi numeri - osserva Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - certificano che la mobilità sanitaria non è più una libera scelta del cittadino, ma una necessità imposta dalle profonde diseguaglianze nell'offerta dei servizi sanitari regionali. Sempre più persone sono costrette a spostarsi per ricevere cure adeguate, con costi economici, psicologici e sociali insostenibili".
Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2022 si basa su tre fonti dati: i dati economici aggregati dal Riparto 2024 sono stati utilizzati per analizzare mobilità attiva, passiva e saldi; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al ministero della Salute, acquisiti tramite accesso civico generalizzato, hanno permesso di valutare la differente capacità di attrazione delle strutture pubbliche e private per le varie tipologie di prestazioni erogate in mobilità; e infine i dati del Report Agenas hanno consentito un approfondimento specifico su ricoveri e specialistica ambulatoriale, spiega la fondazione. Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche fuori regione, si legge nella nota di Gimbe, "finisce nelle casse della sanità privata accreditata: 1.879 milioni di euro (54,4%), contro i 1.573 milioni (45,6%) destinati alle strutture pubbliche. "La crescita del privato accreditato nella mobilità sanitaria - sottolinea Cartabellotta - è un indicatore sia dell'indebolimento del servizio pubblico sia dell'offerta che della capacità attrattiva del privato, seppur molto diversa tra le varie Regioni". Infatti, le strutture private assorbono oltre il 60% della mobilità attiva in Molise (90,6%), Lombardia (71,4%), Puglia (70,7%) e Lazio (62,4%). In altre, invece, il privato ha una capacità attrattiva inferiore al 20%: Valle D'Aosta (16,9%), Umbria (15,5%), Liguria (11,9%), Provincia autonoma di Bolzano (9,9%) e Basilicata (8,9%). Secondo i dati Agenas, il 78,5% della mobilità per ricoveri è classificato come effettiva (2.108 milioni), ovvero dipende dalla scelta del paziente. Il 17,4% (468 mln) è invece legato a prestazioni in urgenza (mobilità casuale) e il 4,1% (109 mln) riguarda casi in cui il domicilio del paziente non coincide con la regione di residenza (mobilità apparente). Della mobilità effettiva, solo il 6,5% riguarda ricoveri ordinari a rischio inappropriatezza. Inoltre, considerando che una struttura è definita di prossimità se dista al massimo 50 km e/o il tempo di percorrenza non supera i 60 minuti, nel 2022 solo l'11,6% dei ricoveri in mobilità effettiva è avvenuto in strutture di prossimità. "Questo dato - commenta Cartabellotta - dimostra che lo spostamento dei pazienti verso altre regioni per ricevere cure in regime di ricovero è una necessità dettata dall'assenza di un'offerta sanitaria adeguata. Per molti cittadini, questo significa affrontare lunghi spostamenti, con disagi pesanti per chi è malato e costi significativi per le famiglie".
Relativamente alla specialistica ambulatoriale erogata in mobilità, oltre il 93% è riconducibile a tre categorie: prestazioni terapeutiche (33,9%), diagnostica strumentale (31,6%) e prestazioni di laboratorio (27,9%). "La mobilità sanitaria, che riflette solo in parte le diseguaglianze regionali, è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che evidenzia profonde disparità nel diritto alla tutela della salute. Rappresenta dunque un segnale di allarme, che impone interventi urgenti per riequilibrare i diritti delle persone", avverte Cartabellotta. "Garantire il diritto alla tutela della salute su tutto il territorio nazionale significa evitare che intere aree del Paese continuino a esportare pazienti e miliardi di euro, mentre altre consolidano i propri poli d'eccellenza, spesso rappresentati da strutture private accreditate. In assenza di investimenti mirati, coraggiose riforme, in particolare su Piani di rientro e commissariamenti, e politiche di riequilibrio, la mobilità sanitaria finirà per penalizzare sempre più i cittadini più fragili, minando alle fondamenta l'universalità del Ssn. Infine, senza adeguate misure correttive, l'autonomia differenziata affosserà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, con un effetto boomerang sulle Regioni del Nord più attrattive, che potrebbero trovarsi in difficoltà nel garantire un'adeguata erogazione dei Lea ai propri cittadini residenti".