Clinica

mar142013

L'anoressia risponde alla stimolazione cerebrale profonda

L’anoressia nervosa grave e refrattaria ad altre cure risponde alla stimolazione cerebrale profonda (Dbs), almeno secondo uno studio pubblicato su Lancet

L’anoressia nervosa grave e refrattaria ad altre cure risponde alla stimolazione cerebrale profonda (Dbs), almeno secondo uno studio pubblicato su Lancet. La tecnica consiste nel posizionare elettrodi o elettrocateteri in profondità nel tessuto cerebrale, seguendo una traiettoria indicata dal computer in sala operatoria. «I cateteri erogano micro-quantità di corrente a frequenza, intensità e durata controllate» spiega Andres Lozano, ricercatore del Krembil neuroscience center di Toronto, Canada, e coautore dello studio. «Finora sono stati usati per trattare altre patologie, come cefalea, depressione maggiore e morbo di Parkinson, ma non sono mai stati testati per l’anoressia nervosa». Questa malattia ha una mortalità fra il 6% e l’11% ed è tra i disturbi psichiatrici più difficili da trattare. Le cure si concentrano sulle modifiche del comportamento, ma fino al 20% dei pazienti non trae beneficio dal trattamento e rischia di morire prematuramente a causa della malattia. Così i ricercatori canadesi hanno usato la DBS in uno studio pilota allo scopo di verificare la sicurezza della tecnica in pazienti con anoressia grave refrattaria ad altri trattamenti. È stata usata la risonanza magnetica per identificare l’area subcallosa del giro cingolato, target scelto in quanto già fonte di successo per il trattamento con Dbs della depressione refrattaria ad altre cure. «Tra le 6 pazienti incluse nello studio la metà ha mostrato un miglioramento dell'umore e un aumento dell’indice di massa corporea (Imc) oltre i valori basali. «Clinicamente, nel 50% dei partecipanti si è osservato un vero e proprio cambiamento della storia naturale della malattia, cioè un aumento significativo dell’Imc, e un miglioramento di umore, ansia, affettività e qualità della vita dopo 6 mesi di stimolazione» spiega Lozano. E in un editoriale pubblicato sulla stessa rivista, Janet Treasure e Ulrike Schmidt dell’Istituto di Psichiatria del King’s college di Londra descrivono i risultati dello studio come promettenti, sottolineando come essi possano rappresentare una speranza per i pazienti con forme di anoressia particolarmente gravi e per le loro famiglie.

Lancet. 2013 Mar 6. [Epub ahead of print]


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