L'ondata di calore che ha interessato l'Europa nelle ultime settimane ha riportato l'attenzione sui sistemi di allerta che guidano gli interventi di prevenzione. Dietro ai bollettini diffusi ogni estate c'è un modello che integra dati meteorologici, indicatori sanitari e caratteristiche della popolazione. Francesca De' Donato, dirigente meteorologa del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale della Regione Lazio e parte del gruppo che sviluppa e gestisce i sistemi di previsione e allerta per le ondate di calore (Heat Health Watch Warning Systems o HHWWS), spiega in questa intervista a Doctor33 come funziona il modello.
Dietro ai bollettini estivi esiste un sistema complesso, che combina gli indicatori meteorologici (temperatura, umidità, direzione del vento, ecc.) con gli effetti osservati su una specifica popolazione (mortalità o ricoveri).
“In meteorologia esistono decine di indicatori diversi” spiega De’ Donato, “Si va dalla semplice temperatura a indicatori compositi, che combinano temperatura, umidità e altri parametri meteorologici, fino a indici bioclimatici ancora più complessi che valutano lo scambio di calore tra il corpo umano e l’ambiente. Ciò che fa la differenza è calibrare il sistema sui dati della popolazione locale, considerando età, presenza di patologie croniche, peculiarità climatiche e urbanistiche del territorio e riuscire a produrre previsioni affidabili”.
Questi elementi sono fondamentali per definire soglie di allerta specifiche. “Il livello 3, il massimo livello di rischio, ha soprattutto la funzione di attivare i servizi: ospedali, servizi sociali, protezione civile e amministrazioni locali”.
“In ambito occupazionale vengono utilizzati soprattutto la Wet Bulb Globe Temperature (WBGT), che considera il rischio in uomini di trent’anni, di corporatura media, impegnati in un’intensa attività fisica. Poi c’è il sistema Worklimate, sviluppato da INAIL e CNR, su cui si basano anche le ordinanze di sospensione delle attività nell’edilizia e nell’agricoltura e, in generale, in tutti quei settori dove si lavora in condizioni di esposizione al caldo”.
Queste misure hanno ridotto il numero di infortuni sul lavoro dal 20% al 40%. Secondo uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology. Ma questa rappresenta solo una parte della prevenzione.
“Le aziende devono formare i lavoratori, aumentare le pause, garantire acqua disponibile e riorganizzare i turni in funzione del rischio. In questo modo, secondo numerosi studi non si compromette necessariamente la produttività”.
Per la popolazione generale, invece, il sistema nazionale utilizza la temperatura apparente massima, che combina temperatura e umidità.
“Questo indicatore rappresenta meglio il calore effettivamente percepito dall'organismo. Gli studi dimostrano che le condizioni caldo-umide aumentano lo stress termico e il rischio sanitario, perché rendono più difficile la termoregolazione".
Quando l’umidità è elevata, il sudore evapora con maggiore difficoltà e l'organismo disperde meno efficacemente il calore.
“I medici di medicina generale partecipano ai piani caldo fin dal 2004”, spiega De’ Donato, “il loro coinvolgimento varia in base all'organizzazione locale. In molte regioni svolgono attività di sorveglianza attiva insieme ai servizi sociali e ai servizi territoriali, contattando o visitando direttamente i pazienti più vulnerabili”.
Anziani, persone con patologie croniche e soggetti che vivono soli rappresentano le categorie più monitorate. Queste persone spesso assumono farmaci, come i diuretici o betabloccanti, che possono aumentare il rischio di disidratazione e ipotensione.
“In questi casi può essere opportuno rivalutare temporaneamente la terapia insieme al medico curante”.
"Con il cambiamento climatico aumenta la temperatura media della giornata, aumentano le massime ma inevitabilmente anche le minime” racconta De’ Donato.
Il risultato è l'aumento del numero di notti tropicali, in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 °C, “impedendo all'organismo di recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno e aggravando, nelle persone più vulnerabili, patologie croniche preesistenti”.
Infine, bisogna anche ripensare al modo in cui raffreschiamo le nostre abitazioni. “Dobbiamo evitare un uso scorretto dell'aria condizionata e del ventilatore. La vera sfida riguarda soprattutto il futuro: progettare edifici in grado di resistere a temperature sempre più elevate”.
Alessandra Romano