È iniziato alla Commissione Affari sociali della Camera l’esame della proposta di legge sulla medicina generale. Il testo, a prima firma del deputato Stefano Benigni (Forza Italia), interviene su attività, stato giuridico e trattamento economico dei medici di famiglia con l’obiettivo di rafforzarne il ruolo nella rete dell’assistenza territoriale.
Il provvedimento, composto da otto articoli, si inserisce nel quadro delle riforme dell’assistenza territoriale previste dal Pnrr e dal decreto ministeriale 77 del 2022, che definisce i modelli organizzativi delle cure primarie e delle strutture territoriali come Case della comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di comunità.
La proposta prevede tra le misure principali un impegno complessivo di 38 ore settimanali di attività per i medici di assistenza primaria, distribuite tra attività svolte nello studio e attività nella rete dei servizi territoriali, anche nelle Case della comunità. Il testo introduce inoltre un sistema di remunerazione con una componente variabile legata al raggiungimento di obiettivi assistenziali definiti dalle aziende sanitarie.
Il provvedimento interviene anche sulla formazione in medicina generale, prevedendo dodici mesi di attività pratica presso un medico convenzionato e la possibilità di assegnare incarichi vacanti ai medici iscritti al corso di formazione, sotto supervisione tutoriale. Tra le misure organizzative è prevista inoltre la possibilità di accesso anticipato al pensionamento per i professionisti prossimi alla fine della carriera.
Il testo è stato elaborato con il contributo delle principali rappresentanze dei medici di famiglia e rappresenta, nelle intenzioni dei promotori, una base di confronto parlamentare. «La proposta di legge è stata elaborata con le maggiori rappresentanze sindacali dei medici di famiglia e riteniamo vada incontro alle esigenze dei cittadini. Si tratta di un testo di partenza per mettere mano a una questione che si trascina da anni», ha dichiarato Stefano Benigni all’ANSA. «Non prevede di integrare i medici di famiglia come dipendenti del Servizio sanitario nazionale ma li mantiene nel regime di convenzione, cercando di definire una migliore organizzazione della medicina territoriale».
Sulla proposta di legge è intervenuto anche il Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici ambulatoriali. Secondo il segretario generale Antonio Magi, il testo confermerebbe il regime convenzionale della medicina generale e l’impianto organizzativo già delineato dal DM 77.
Il provvedimento, aggiunge il sindacato, dovrà tuttavia recepire quanto previsto dall’attuale e dal futuro Accordo collettivo nazionale della medicina generale, che disciplina il rapporto convenzionale con il Servizio sanitario nazionale.
Sulla proposta è intervenuto anche Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano. «La proposta di rafforzare l’integrazione dei medici di medicina generale con le Case della Comunità va nella direzione indicata dal PNRR e dal DM 77, cioè quella di una sanità territoriale più organizzata e capace di lavorare in team multidisciplinari. Il medico di famiglia resta il primo punto di riferimento per il cittadino e la sua integrazione nella rete territoriale può migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e fragili».
Pregliasco sottolinea tuttavia alcune criticità che la riforma dovrebbe affrontare, a partire dalla carenza di medici di medicina generale e dal ricambio generazionale. «L’integrazione nelle Case della Comunità potrà funzionare solo se queste strutture saranno realmente operative e dotate di personale e servizi», osserva, evidenziando la necessità che il confronto parlamentare coinvolga professionisti, regioni e organizzazioni sanitarie.
L’iter parlamentare prevede ora lo svolgimento di un ciclo di audizioni con rappresentanti delle professioni sanitarie, associazioni di pazienti e dirigenti delle aziende sanitarie, con l’obiettivo di approfondire i contenuti del testo prima dell’eventuale approvazione.