Professione medica
Aggressioni
27/02/2024

Violenza medici, nel mondo il 40% ha subito almeno un’aggressione fisica

Nel report, realizzato da Associazione medici di origine straniera in Italia, Umem e Uniti per unire, l’Italia è ai primissimi posti in Europa per numero di aggressioni subite da medici e infermieri

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A livello mondiale il 40% dei professionisti della sanità ha subito, nella sua carriera, almeno una violenza fisica, mentre il 60% è stato vittima, almeno una volta, di una violenza verbale e psicologica. Sono alcuni dati del report realizzato da Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), Umem (Unione medici euromediterranea) e Uniti per unire. Per raccogliere le informazioni l’Amsi ha coinvolto centinaia di contatti in tutti i Paesi d'Europa e in Paesi arabi, africani, asiatici e sudamericani, "per ottenere un adeguato e attendibile confronto con quanto accade in Italia", evidenziando che lo Stivale è ai primissimi posti in Europa per numero di aggressioni subite da medici e infermieri. "L'indagine evidenzia chiaramente come, all'interno dei nostri ospedali, per i professionisti sanitari la situazione sia diventata insostenibile", commenta Foad Aodi, presidente di Amsi, Umem e Uniti per unire. "Gli operatori della salute - sottolinea - sono soggetti a rischio 4 volte in più rispetto a tutte le altre professioni, in particolare nei luoghi del mondo disagiati e poveri”.

“A livello internazionale i reparti dove si registra il maggior numero di aggressioni sono, secondo le nostre indagini: emergenza e pronto soccorso; medicina interna e geriatria; psichiatria e salute mentale; oncologia; ginecologia e ostetricia; ortopedia e traumatologia; pediatria e neonatologia; cardiologia". "Amsi chiede da tempo - ricorda il presidente - per l'Italia e non solo, un piano più radicale di presenze di presidi di forze dell’ordine e in particolare l'attenzione va posta nei confronti delle nostre donne, in assoluto le vittime sacrificali delle più vili aggressioni. Tutto questo non accade, sia chiaro, solo nei grandi ospedali. I professionisti a rischio sono anche quelli che operano nei luoghi isolati, come nel caso delle guardie mediche". Non è possibile “per un medico, per un infermiere, per uno psichiatra lavorare in una situazione di costante angoscia ed essere oltretutto consapevole di non avere il supporto adeguato", conclude Aodi, evidenziando l’importanza di una organizzazione efficiente dell'assistenza, "in grado di tutelare gli operatori oltre che di garantire il diritto alle cure ai pazienti".

Un punto su cui Aodi pone l’attenzione riguarda i reparti psichiatrici, “la cui drammaticità, pur storicamente nota; tuttavia, da troppo tempo passa in secondo piano”. "È come se fosse del tutto normale - osserva - nella delicata quotidianità del rapporto tra medici e infermieri con pazienti psichiatrici, dover essere costretti a subire aggressioni fisiche e minacce quasi ogni giorno". "Da medico - afferma Aodi - conosco e posso immaginare bene i sottili lineamenti che caratterizzano la difficile realtà dei reparti psichiatrici, pur non lavorando direttamente al loro interno, ma trovandomi a contatto quotidiano con colleghi oggi più che mai stanchi, avviliti, stressati, impauriti. E posso testimoniare, come presidente Amsi e consigliere dell'Ordine dei medici di Roma - aggiunge - che la situazione delle violenze subite nei reparti dove si affronta la drammaticità delle malattie mentali, in Italia, è davvero insostenibile. Già precedenti autorevoli report nazionali hanno fatto emergere chiaramente che le aggressioni nei reparti psichiatrici sono all’ordine del giorno e in particolare a subire le reazioni inconsulte e incontrollabili dei pazienti sono le nostre donne della sanità, in particolare le infermiere, accanto naturalmente agli psichiatri". E "se da una parte questi pazienti 'difficili' hanno sacrosanto diritto alle cure - precisa Aodi - dall'altra è fondamentale, e questa è una delle 'ricette' che noi di Amsi suggeriamo da tempo alla politica, che tutti i professionisti sanitari italiani e quelli di origine straniera si sentano tutelati da un’organizzazione, all’interno delle realtà sanitarie, degna di tal nome, che permetta loro di lavorare sereni e di offrire quindi ai malati il meglio delle proprie competenze. Questo contribuirà anche ad arginare le fughe all’estero e le dimissioni, che non fanno altro che indebolire il nostro sistema sanitario. Non possiamo rischiare di svuotare gli ospedali di professionisti, rendendoli luoghi non più sicuri per i medici, per gli infermieri, per i malati", conclude il presidente Amsi.

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