Un nuovo studio, pubblicato su Cochrane, sembra mettere la parola fine alle speranze sul farmaco Favipiravir nella lotta contro il Sars-CoV-2.
Il Favipiravir, noto come Avigan, è un antivirale giapponese autorizzato dal marzo 2014 per il trattamento dell'influenza causata da virus influenzali nuovi o riemergenti. Il suo utilizzo è limitato ai casi in cui gli altri antivirali risultano inefficaci.
Il percorso del Favipiravir in Italia risale al 23 marzo 2020, quando l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha approvato un protocollo formale per la sperimentazione. Questo ha fatto seguito all'ampia attenzione ottenuta da un video amatoriale che elogiava le qualità terapeutiche del farmaco. L'approvazione formale, tuttavia, è giunta successivamente il 5 maggio 2020.
La decisione di condurre uno studio multicentrico, multinazionale, di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo per valutarne l'efficacia e la sicurezza nel trattamento di pazienti adulti con COVID-19 fu allora affidata all'Azienda SocioSanitaria Territoriale (ASST) Fatebenefratelli-Sacco di Milano.
La recente review ha focalizzato l'attenzione sul ruolo di Favipiravir nel trattamento del COVID-19. Sono stati analizzati 25 trial clinici, condotti in diverse nazioni, tra cui Bahrain, Brasile, Cina, Regno Unito e Stati Uniti che hanno coinvolto 5750 adulti, principalmente al di sotto dei 60 anni, conclusi entro il 18 luglio 2023.
I risultati hanno mostrato risultati incerti riguardo gli esisti analizzati. Comparando i diversi studi non sono emerse differenze statisticamente significative in miglioramenti della mortalità o dei tempi di dimissione ospedaliera rispetto al placebo o ai farmaci comparati. Inoltre, anche l'impatto del farmaco sulla progressione alla ventilazione meccanica invasiva, sulla necessità di ricovero e l’ossigenoterapia sono risultati inconcludenti o non sufficienti a giustificarne un uso nella pratica clinica.
Si sono invece dimostrate significative le incidenze di effetti collaterali anche se non gravi; in particolare l’evento avverso più rilevante è stato l’iperuricemia.
Nonostante le speranze iniziali quindi la review sembra chiudere il discorso sul Favipiravir, anche se, sottolineano gli autori, l’incertezza sui dati può aprire le porte a nuove analisi più dettagliate su singole categorie di pazienti o determinate situazioni cliniche.