
È disponibile anche in Italia, per le persone con emofilia B, il fattore IX ricombinante a emivita prolungata nonacog beta pegol, che fornisce livelli medi di attività del fattore IX che contribuiscono a controllare i sanguinamenti tra una somministrazione e l'altra.
L'emofilia, malattia rara, di origine genetica, caratterizzata dalla carenza di uno specifico fattore della coagulazione del sangue, «si manifesta quasi esclusivamente nei maschi, mentre le donne possono essere portatrici sane, e si eredita attraverso il cromosoma X» ricorda
Maria Elisa Mancuso, del Centro Trombosi e Malattie emorragiche presso l'Humanitas Research Hospital di Rozzano (Milano). «La forma più comune è l'emofilia A, causata da deficit del fattore VIII della coagulazione, che colpisce circa uno ogni 5-10 mila nati maschi; ancora più rara è l'emofilia B, legata alla carenza del fattore IX, che ha una incidenza pari a un nuovo caso su 30-50mila nati maschi, ossia circa mille italiani. Entrambe le patologie, nella loro forma grave, sono caratterizzate da frequenti sanguinamenti spontanei o a seguito di minimi traumi; la gravità e la frequenza degli episodi emorragici dipendono dal livello di attività biologica residua del fattore della coagulazione coinvolto». Se l'attività biologica del fattore della coagulazione è inferiore all'1%, la Federazione mondiale dell'emofilia (Whf) definisce la malattia 'grave', con emorragie spontanee frequenti e sanguinamenti anomali, anche causati da piccoli traumi. Quando l'attività è compresa tra l'1 e il 5% l'emofilia si definisce 'moderata'; con attività tra il 5 e il 40% è 'lieve', oltre il 40% la Whf parla di 'range di non emofilia'. «L'obiettivo da raggiungere con le terapie per l'emofilia B» spiega
Rita Carlotta Santoro, responsabile Uo Emofilia, Emostasi e Trombosi, Azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio, Catanzaro «è quello di mantenere i livelli di attività del fattore IX per il maggior tempo possibile nel range di non emofilia, così da consentire alle persone che vivono con la malattia di raggiungere l'obiettivo di una vita quasi priva di sanguinamenti. Nonacog beta pegol, con la sua formulazione a rilascio prolungato, fornisce livelli medi del fattore IX (trough level) in adolescenti e adulti che contribuiscono a controllare i sanguinamenti tra una somministrazione e l'altra». «La profilassi settimanale con nonacog beta pegol» evidenzia
Renato Marino, dirigente medico presso l'Azienda ospedaliero universitaria di Bari, Centro Emofilia e Trombosi «ha contribuito nella prevenzione degli emartri e nel preservare lo status osteoarticolare del paziente emofilico, come documentato nei pazienti arruolati nel trial clinico di estensione. Inoltre, nonacog beta pegol può contribuire anche nel controllo delle emorragie negli interventi di chirurgia maggiore».
Da ricordare inoltre che la Commissione europea ha concesso l'autorizzazione all'immissione in commercio condizionata per etranacogene dezaparvovec, la prima e unica terapia genica somministrata con una singola infusione per il trattamento dell'emofilia B da grave a moderatamente grave in pazienti adulti senza storia di inibitori del fattore IX. Nella sperimentazione clinica in corso, etranacogene dezaparvovec ha ridotto il tasso di sanguinamenti annuali con una singola infusione, rilasciando un gene funzionale che funge da modello per la sintesi di fattore IX della coagulazione. È la prima terapia genica per l'emofilia B approvata nell'Unione europea e nello Spazio economico europeo. Attualmente le persone con emofilia B richiedono per tutta la loro vita un trattamento con infusioni endovenose di fattore IX, per mantenerne livelli sufficienti, il che può avere un impatto significativo sulla loro qualità della vita e benessere. Secondo il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea per i medicinali (Ema), esiste un bisogno clinico insoddisfatto per nuovi approcci terapeutici che possono liberare i pazienti dall'onere di infusioni frequenti o episodiche quando si verifica un sanguinamento. La decisione della Commissione europea fa seguito al parere positivo del Chmp basato sui risultati dello studio registrativo Hope-B, a oggi la più vasta sperimentazione con terapia genica nell'emofilia B. Questi risultati hanno evidenziato come i pazienti con emofilia B trattati con etranacogene dezaparvovec abbiano mostrato aumenti stabili e duraturi dei livelli medi di attività del fattore IX (con un'attività media del 36,9%), con una conseguente riduzione del tasso annualizzato di sanguinamento (Abr, Annualized bleed rate) del 64%. In seguito all'infusione di etranacogene dezaparvovec, il 96% dei pazienti ha interrotto la profilassi di routine con il fattore IX, e 18 mesi dopo il trattamento il consumo medio di fattore IX era ridotto del 97% rispetto al periodo iniziale. L'analisi a 24 mesi dello studio Hope-B ha continuato a mostrare un effetto sostenuto e duraturo di etranacogene dezaparvovec. In ambito clinico la terapia è generalmente ben tollerata, senza eventi avversi gravi correlati al trattamento. «Questa approvazione rappresenta un importante passo avanti nel trattamento dei pazienti affetti da emofilia B. I dati dello studio Hope-B mostrano che etranacogene dezaparvovec ha le potenzialità di migliorare lo standard di cura dei pazienti con emofilia B, eliminando nella quasi totalità dei casi la necessità di una profilassi di routine a base di fattore IX» afferma
Flora Peyvandi, Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore, Policlinico, Angelo Bianchi Bonomi, Centro Emofilia e Trombosi, e Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Fisiopatologia e Trapianti. Etranacogene dezaparvovec è una terapia genica basata su un vettore virale adeno-associato di tipo 5 (Aav5) che viene infusa con una sola somministrazione a pazienti con emofilia B da moderatamente gravi a gravi. Il vettore Aav5 trasporta il gene della variante Padova, variante presente in natura, del fattore IX (FIX-Padova), che genera proteine FIX 5-8 volte più attive del normale. I risultati dello studio clinico registrativo Hope-B hanno dimostrato che etranacogene dezaparvovec ha prodotto un'attività di FIX media di 36,9 UI/dL a 18 mesi dall'infusione. A 24 mesi di follow-up, l'attività di FIX è rimasta stabile a 36,7 UI/dL. Nel corso dei mesi da sette a diciotto, il tasso di sanguinamento annualizzato (Abr) per tutti i sanguinamenti è stato ridotto del 64% (1,51 p=0,0002) e sono state ridotti del 77% (da 3,65 a 0,83; p<0,0001) tutti i sanguinamenti che richiedevano trattamento con fattore IX. Dal giorno 21 nel corso dei mesi 7-24 , 52 dei 54 ( 96%) dei soggetti trattati con etranacogene dezaparvovec sono rimasti liberi dalla profilassi di routine con fattore IX.