
Cabozantinib in associazione con nivolumab offra benefici in termini di sopravvivenza e tasso di risposta a tre anni - con un follow-up mediano di 44 mesi - nel trattamento di prima linea del carcinoma a cellule renali avanzato (aRcc), rispetto a sunitinib, indipendentemente dal punteggio di rischio Imdc (International metastatic Rcc database consortium).
Sono questi i risultati dello studio di fase 3 CheckMate-9Er presentati all'American society of clinical oncology genitourinary cancers symposium (Asco Gu), in corso a San Francisco, insieme a sei ulteriori abstract a supporto dell'utilizzo di cabozantinib da solo o in combinazione con immunoterapia nell'aRcc e nel carcinoma a cellule renali non a cellule chiare (nccRcc). Cabozantinib è una piccola molecola somministrata per via orale che inibisce recettori multipli della tirosin-chinasi come Vegfr, Met, Ret e la famiglia dei Tam (Tyro3, Mer, Axl). Questi recettori della tirosin-chinasi sono coinvolti in processi cellulari normali e patologici, come l'oncogenesi, la metastasi, l'angiogenesi tumorale, la resistenza ai farmaci, la modulazione delle attività immunitarie e il mantenimento del microambiente tumorale. Nivolumab, anticorpo monoclonale umano IgG4, è un inibitore dei checkpoint immunitari anti- Pd-1 che favorisce l'attivazione delle cellule T contro vari tipi di cancro.
«Nonostante i progressi della scienza e della medicina, rimane la necessità di opzioni terapeutiche che possano prolungare in modo significativo la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma a cellule renali metastatico, specialmente di quelli ritenuti a rischio più elevato» afferma Mauricio Burotto, direttore medico del Centro de investigación clínica 'Bradford Hill' di Santiago (Cile). «Dall'aggiornamento dei risultati dello studio CheckMate-9Er vediamo che nivolumab in associazione con cabozantinib prolunga in modo duraturo la sopravvivenza e mantiene i benefici delle risposte rispetto a sunitinib (inibitore della tirosina-chinasi) per più di tre anni, indipendentemente dalla classificazione di rischio dei pazienti. Questi risultati confermano l'importanza di questo regime a base di immunoterapia ed inibitore della tirosin-chinasi per i pazienti, oltre che la sua capacità di contribuire a cambiare le aspettative di sopravvivenza per tutti coloro che sono affetti da questa difficile patologia». Il carcinoma a cellule renali (Rcc) è il più comune tipo di tumore del rene, di cui costituisce circa il 90% dei casi. Se diagnosticato in stadio iniziale, il tasso di sopravvivenza a cinque anni è elevato, ma nei pazienti con Rcc avanzato o metastatico all'ultimo stadio il tasso di sopravvivenza è molto più basso, pari a circa il 12%.
Più in dettaglio, nello studio CheckMate-9Er i benefici di sopravvivenza globale (Os) si sono mantenuti al follow-up di oltre tre anni. L'Os mediana era significativamente maggiore nei pazienti trattati con cabozantinib in associazione con nivolumab rispetto a sunitinib, 49.5 mesi rispetto a 35.5 mesi, [hazard ratio (Hr) 0.70 [intervallo di confidenza (CI) 95% 0.56-0.87], p=0.0014)], dimostrando una riduzione del 30% del rischio di morte. Inoltre, l'OS mediana è migliorata di 11.8 mesi dalla precedente data cut-off a 32.9 mesi di follow-up mediano. I pazienti trattati con cabozantinib in associazione con nivolumab, rispetto a quelli trattati con sunitinib, hanno registrato benefici anche in termini di sopravvivenza libera da progressione (Pfs) e tasso di risposta obiettiva (Orr; riduzione delle dimensioni del tumore con i trattamenti): la Pfs con cabozantinib in associazione con nivolumab è quasi raddoppiata, pari a 16.6 mesi rispetto a 8.4 mesi con sunitinib (Hr 0.58 [CI 95% 0.48-0.71], p<0.0001); l'Orr è raddoppiato con cabozantinib in associazione con nivolumab rispetto a sunitinib (CI 95%, 56% [50-61] contro il 28% [24-34]). Le risposte, inoltre, si sono dimostrate più durature con la combinazione, con una durata della risposta (DoR) mediana di 23.1 mesi rispetto a 15.2 mesi con sunitinib così come la risposta completa (Cr) è più che raddoppiata nei pazienti trattati con cabozantinib in associazione con nivolumab (12%) rispetto a quelli trattati con sunitinib (5%). Il profilo di sicurezza identificato nello studio CheckMate-9Er è risultato coerente con quello osservato in precedenza. I risultati sono stati valutati anche in rapporto ai seguenti punteggi di rischio dell'Imdc: favorevole, intermedio, intermedio/sfavorevole e sfavorevole. Da sottolineare, infine, che i benefici sono stati osservati con cabozantinib in associazione con nivolumab in tutte le misure di efficacia (Os, Pfs, Orr e Cr), indipendentemente dal gruppo di rischio Imdc.
Il fatto che la combinazione di cabozantinib e nivolumab sia capace di raggiungere, nei pazienti affetti da tumore del rene avanzato, un'Os mediana di 49.5 mesi «è un dato che rappresenta un successo nel trattamento di questa neoplasia, delineando un percorso che aspira alla sua cronicizzazione che non lascia indifferente la comunità scientifica» commenta Roberto Iacovelli, professore associato di Oncologia medica presso la Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma. «In Italia, solo nel 2022, il tumore del rene è stato diagnosticato a oltre 12.000 nuovi pazienti; tra questi, 25-30% sono candidati ad avviare un trattamento medico da subito per la presenza di metastasi al momento della diagnosi e un altro 25-30% per la loro comparsa in corso di follow-up dopo l'asportazione del tumore primario con intento curativo. Entrambe queste tipologie di pazienti possono oggi beneficiare della combinazione di cabozantinib e nivolumab e quindi aspirare ad una lunga sopravvivenza oltre che a una preservazione della qualità di vita e al favorevole profilo di tossicità già noti per questa combinazione».