Politica e Sanità

mar62022

Autonomia differenziata, le Regioni del nord la invocano i medici sono perplessi. A che punto è l'iter

I medici della dipendenza, e in particolare il sindacato Anaao Assomed, dicono no all'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. "Sarebbe un attacco al sistema sanitario nazionale". La regionalizzazione dei contratti porterebbe "un'onda didisuguaglianzetra i lavoratori" e"nuovi esodi verso la sanità privata".

Senza mezze misure, i medici ospedalieri parlano di scelte legate "all'egoismo territoriale" delle Regioni più ricche. Comunque sia, attenuata la morsa del coronavirus, le regioni del Nord riprendono il loro percorso per avere "non più soldi, ma più possibilità diprogrammazioneemeno burocrazia". I presidenti del Veneto LucaZaia, Lega, e dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini Pd, chiedono una legge-quadro, ne vogliono parlare con il premier Draghi. A Roma, l'iter delle proposte delle tre regioni, partite dalla pre-intesa firmata all'epoca del Governo Gentiloni del 28 febbraio 2018, quattro anni fa esatti, dovrebbe essere alle battute finali. Lo stesso Bonaccini segnala che il gruppo tecnico per il regionalismo differenziato ha delineato lelinee guidaper partire con la sperimentazione e la ministra degli Affari Regionali Maria Stella Gelmini intenderebbe dare il via a giorni.

Un segnale positivo potrebbe essere stato l'accenno del presidente Sergio Mattarella nel discorso di re-insediamento in cui ha parlato di come le regioni abbiano pienamente esercitato l'autonomia durante l'emergenza Covid. Per capire a che punto di consapevolezza si trovi il Parlamento, la Liga -Lega Veneta ha presentato in Consiglio a Venezia una risoluzione da inviare a tutti i parlamentarieletti in Emilia-Romagna eVeneto alle ultime elezioni. Le due regioni vorrebbero procedere ad accordi bilaterali su turismo, fiere, parchi, terza corsia dell'Autostrada del Brennero. La sanità è però il banco di prova, al di là delle parole del Capo dello Stato. Per coprire i deficit dell'emergenza Covid, solo alle regioni in difficoltà oggi servirebbero 4 miliardi. Lo ha detto il governatore dell'Abruzzo Marco Marsilio. Invece, la copertura ottenuta, Finanziaria 2022 inclusa, è appena metà. I governatori chiedono il ripiano di diversi miliardi, e sostengono che senza le Regioni, il governo avrebbe comunque dovuto spendere quelle cifre. «All'Emilia Romagna -dice Bonaccini-il governo ha riconosciuto 1 miliardo a fronte di 1,2 chiesti prima della quarta ondata, non voglio neanche pensare che le Regioni debbano caricarsi quanto speso per una pandemia mondiale». «Il Veneto ha speso 1,7 miliardi e finora lo stato ha rimborsato 600 milioni-dice Zaia- abbiamo assunto 2.253 medicie acquistatoattrezzature, DPI, abbiamo il recupero delleliste d'attesa, è fondamentale il ripiano totale». Ma al di là del ripiano servono "mani libere", «mi accontenterei di un euro in meno - dice Bonaccini, - basta che ci possa essere concessa e garantita la gestione sullaprogrammabilitàdegliinterventi alla pari di una necessaria sburocratizzazione».

La risposta che darà il governo alle regioni del Nord, in questi giorni di emergenza Covid e bellica, non è scontata. Da una parte il processo verso l'autonomia sembra avviato, dall'altra ci sono sempre elementi per lamentare che, al di là del deficit, le regioni -tutte- non fanno i compiti a casa. Una riprova? La vicenda dei 'Responsabili unici del procedimento' (Rup), che seguono i processi amministrativi per l'affidamento degli appalti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: entro febbraio il termine le regioni dovevano inviare i piani conclusivi degli interventi da effettuare sulle sanità territoriali. Nessuna regione a metà febbraio pareva essere in tempo per spedire ad Agenas le schede per ogni singolo intervento in Missione 6, Componente 1, né a nominare i responsabili per ogni iniziativa. Il presidente del coordinamento delle regioni, Massimiliano Fedriga (Lega) sottolineando che a livello finanziario "le Regioni sono tutte estremamente in difficoltà", replica accusando criticità vissute a livello locale sull'attuazione del PNRR derivanti dalla scarsa considerazione di cui le stesse regioni godono a Roma. Il problema sarebbe «il Pnrr per come era stato costruito dal governo Conte II; il Governo Draghi viste le tempistiche non poteva rivoluzionare il Piano, ma l'alternativa utile sarebbe stata fare le missioni nazionali da presentare in Europa; le Regioni avrebbero presentato i Piani per le azioni territoriali all'interno di quelle missioni e lo Stato si sarebbe dovuto occupare degli interventi di carattere nazionale strategici».
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