Si irrigidisce il confronto sulla riforma della medicina territoriale dopo gli incontri tra il ministero della Salute, le Regioni e le organizzazioni sindacali dei medici di medicina generale sulla bozza di decreto allo studio del Governo.
Il Consiglio nazionale della Fimmg, riunito il 16 maggio a Roma, ha approvato all’unanimità una mozione che definisce “inaccettabile” la proposta di decreto delle Regioni “sia nel metodo che nel merito” e conferma “lo stato di agitazione”, deliberando “lo stato di convocazione permanente” e l’avvio della mobilitazione della categoria.
Nella mozione il sindacato guidato da Silvestro Scotti rigetta “con fermezza” l’ipotesi che l’Accordo collettivo nazionale dei medici di medicina generale possa essere “imposto per legge, attraverso un decreto” e rivendica il mantenimento del rapporto convenzionale con il Servizio sanitario nazionale.
La Fimmg rifiuta inoltre “categoricamente” ogni riferimento al ricorso complementare al rapporto di lavoro dipendente, anche se definito “residuale”, sostenendo che la medicina generale “deve restare una professione convenzionata, fiduciaria, territoriale, integrata nel Ssn, ma non assorbita in un rapporto di dipendenza”.
Posizioni ancora più dure arrivano dalla Fimmg Lazio, che in una nota definisce il cosiddetto “decreto Schillaci” una “controriforma ideologica” destinata a creare “diseguaglianze nell’accesso alle cure” e a favorire “un nuovo mercato della salute per gruppi privati e assicurazioni”.
Secondo il sindacato regionale, il rischio sarebbe quello di superare progressivamente il rapporto fiduciario tra medico e paziente, riportando il sistema “a prima della legge 833”. Nel mirino soprattutto l’ipotesi di una riorganizzazione della medicina territoriale su due livelli, con medici convenzionati e medici dipendenti. “Il medico di fiducia rimane appannaggio esclusivo delle élite”, sostiene la Fimmg Lazio, mentre per gli altri cittadini si profilerebbe il rischio di un “medico a caso scelto dalla politica”.
La nota critica inoltre l’eventuale introduzione di turnazioni obbligatorie nelle Case di Comunità e l’ipotesi di dipendenza dei medici di medicina generale, sostenendo che ciò potrebbe indebolire “l’alleanza terapeutica” e rendere la professione meno attrattiva per i giovani medici.
Pur ribadendo la disponibilità al confronto con le istituzioni, la Fimmg Lazio afferma che la categoria non intende “farsi complice di proposte che fanno strame della dignità professionale” dei medici di medicina generale.
Tra i punti più contestati dal sindacato vi sono il possibile superamento della convenzione, la presenza di “due regimi giuridici paralleli”, il rischio di marginalizzazione del rapporto fiduciario e la proposta di decadenza degli Accordi integrativi regionali (Air), definita “un paradosso politico di sconcertante gravità”.
La mozione difende invece la convenzione come “modalità esclusiva e specifica di esercizio della medicina generale nell’ambito del Ssn” e considera la quota oraria uno strumento da regolare all’interno dell’Accordo collettivo nazionale.
Sul fronte della formazione emerge però un elemento di apertura. La Fimmg chiede infatti “la valorizzazione dell’evoluzione in specialità del Diploma di Formazione Specifica in Medicina Generale”, sostenendo che la medicina generale rappresenti “una disciplina unica” non assimilabile alle specializzazioni d’organo.
Il sindacato ha inoltre deliberato la convocazione dell’Assemblea nazionale dei direttivi provinciali il 13 giugno a Roma, in vista di una manifestazione nazionale che coinvolga medici e cittadini. La mozione dà mandato al segretario nazionale di proclamare lo sciopero della categoria “in qualunque momento” qualora il confronto con Governo e Regioni non registri avanzamenti sui temi rivendicati dalla federazione.
Anche la Federazione dei Medici Territoriali (Fmt) ha annunciato nei giorni scorsi lo stato di agitazione dopo gli incontri al ministero della Salute, definendo “irricevibili” alcuni aspetti della bozza di decreto, pur giudicando positivamente l’ipotesi di una specializzazione universitaria per i medici di famiglia.
Anche lo SNAMI è intervenuto nel confronto sulla riforma dell’assistenza territoriale. In un comunicato diffuso dopo il Comitato Centrale, il sindacato si è detto favorevole al rafforzamento della medicina generale e all’attuazione del DM77, ma contrario a una trasformazione del medico di famiglia in “prestatore orario” nelle Case della Comunità.
Nel dibattito è intervenuta ora anche la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), che in una lettera aperta ai media esprime contrarietà all’ipotesi di superamento del modello convenzionato per la pediatria di famiglia. Secondo la federazione, il rischio sarebbe quello di trasformare l’assistenza territoriale pediatrica in “un servizio impersonale, organizzato per turni, sportelli e logiche burocratiche”.
“La pediatria di famiglia, fondata sul rapporto fiduciario, sulla conoscenza diretta del paziente e sulla continuità assistenziale, rappresenta un presidio essenziale e irrinunciabile del Servizio sanitario nazionale”, ha dichiarato Antonio D’Avino, presidente nazionale FIMP.
Posizioni critiche erano già state espresse anche da Smi e Snami, soprattutto sul tema del debito orario nelle Case di Comunità, sul ruolo unico e sul mantenimento del rapporto fiduciario medico-paziente.
Il confronto sulla riforma della medicina territoriale resta aperto mentre le organizzazioni sindacali sono chiamate a presentare al ministero le proprie osservazioni sul testo predisposto dalle Regioni sulla base della proposta avanzata dal ministro della Salute Orazio Schillaci.