Nel 2024 quasi quattro italiani su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, per una spesa complessiva che ha superato 1,5 miliardi di euro. Ma il dato che emerge dal Rapporto nazionale sull’uso degli antibiotici pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco è tutt’altro che rassicurante: a fronte di una lieve riduzione dei consumi (-1,5% rispetto al 2023), non migliora l’appropriatezza e continua a crescere il problema dell’antibiotico-resistenza. Secondo il report dell’Osservatorio OsMed, il consumo totale – tra uso territoriale e ospedaliero – si è attestato a 49,1 dosi definite giornaliere per mille abitanti, con una spesa pro capite di 25,47 euro. Circa il 90% degli antibiotici a carico del Servizio sanitario nazionale viene erogato in regime convenzionato, confermando il peso della medicina territoriale nelle dinamiche prescrittive.
Nonostante il lieve calo dei volumi, l’Italia continua a distinguersi in Europa per una forte preferenza verso antibiotici ad ampio spettro, più a rischio di selezionare resistenze. La quota di antibiotici “Access”, quelli raccomandati come prima scelta, si ferma al 54,8%, sotto il target del 60% indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità e ancora più lontana dal 65% fissato a livello europeo per il 2030. Le penicilline associate a inibitori delle beta-lattamasi restano la classe più utilizzata (40% dei consumi), seguite da macrolidi, cefalosporine di terza generazione e fluorochinoloni. Proprio queste ultime categorie, insieme alle associazioni di penicilline, hanno contribuito alla lieve riduzione complessiva dei consumi.
Le criticità più marcate emergono in ambito ospedaliero. Qui nessuno degli obiettivi del Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza è stato raggiunto, ad eccezione della riduzione dei fluorochinoloni. Preoccupa in particolare l’aumento dei carbapenemi, antibiotici di ultima istanza, i cui consumi sono cresciuti di oltre il 50% tra il 2019 e il 2024. Nel 2024 oltre la metà (50,9%) degli antibiotici utilizzati negli ospedali italiani è rappresentata da molecole ad ampio spettro o di ultima linea, una quota nettamente superiore alla media europea (39,6%). Un segnale che riflette sia la complessità dei casi trattati sia, secondo il report, margini ancora ampi di inappropriatezza.
Il rapporto conferma una maggiore esposizione agli antibiotici nelle fasce estreme di età. Nei primi quattro anni di vita quasi un bambino su due riceve almeno una prescrizione (47,8% nei maschi e 45,1% nelle femmine), mentre tra gli over 85 si supera il 50%. Particolarmente critico il dato pediatrico: nel 2024 i consumi tra i più giovani sono cresciuti del 5,3%, con picchi nelle fasce di età più avanzate. Un trend che, secondo gli esperti, solleva interrogativi sull’appropriatezza, considerando che molte infezioni infantili sono di origine virale.
Resta marcata la variabilità regionale. Il Sud continua a registrare i livelli più elevati di consumo (17,8 DDD/1000 abitanti die), rispetto al Centro (16,5) e al Nord (12,6), sebbene nel 2024 si osservi una riduzione nel Mezzogiorno (-5,8%) a fronte di lievi aumenti nel resto del Paese. Le differenze geografiche si riflettono anche nei livelli di appropriatezza e nei tassi di resistenza batterica, confermando – sottolinea il report – una correlazione diretta tra maggior consumo e maggiore diffusione di microrganismi resistenti.
Il quadro complessivo evidenzia come la riduzione dei consumi non sia stata accompagnata da un miglioramento qualitativo delle prescrizioni. Al contrario, l’uso persistente di antibiotici ad ampio spettro continua ad alimentare il fenomeno delle resistenze, che in Italia resta tra i più elevati in Europa. Secondo l’analisi dell’Aifa, interventi strutturati e continuativi di antimicrobial stewardship – finalizzati a un uso più prudente e mirato degli antibiotici – potrebbero ridurre in modo significativo i livelli di resistenza a livello regionale.