Professione medica
Medici a gettone
25/05/2026

Ospedali e Pronto soccorso, i gettonisti ancora in metà delle strutture. L'indagine

L'indagine: cresce il disagio dei camici bianchi, il 55% pensa di lasciare il Ssn tra prepensionamento, privato ed estero. Schillaci: "Ci saranno controlli"

donne medico

A tre anni dal decreto che ne prevedeva il progressivo superamento, i medici gettonisti sono ancora presenti in oltre la metà dei Pronto soccorso italiani. È quanto emerge dall’indagine presentata dalla Fadoi in occasione del Congresso nazionale di Rimini, dove gli internisti lanciano l’allarme sul rischio di "desertificazione" degli ospedali pubblici e sul crescente malessere dei professionisti del Servizio sanitario nazionale. Secondo la rilevazione, il ricorso alle esternalizzazioni nei Pronto soccorso riguarda il 54,8% delle strutture, nonostante il Decreto legge 34 del 2023 abbia limitato l’utilizzo dei gettonisti a situazioni temporanee ed eccezionali, vietando nuove forme di esternalizzazione non giustificate. Diversa la situazione nelle unità operative di Medicina interna, dove meno del 20% continua a fare ricorso a queste figure.

L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di tutte le Regioni ad eccezione di Basilicata e Valle d’Aosta, evidenzia come il fenomeno sia strettamente collegato alla carenza di personale, indicata dal 57% dei medici come la principale priorità su cui intervenire. Nei Pronto soccorso, sottolinea Fadoi, i gettonisti operano spesso senza una specifica specializzazione e senza integrazione stabile con i team ospedalieri. Sul tema è intervenuto anche il ministro della Salute Orazio Schillaci, collegato in videoconferenza con il congresso. "Abbiamo messo mano, prima non era mai stato fatto, al problema dei medici gettonisti", ha affermato, ricordando l’introduzione di regole più stringenti e l’aumento delle indennità per il personale dei Pronto soccorso. "Ci sono stati dei controlli attraverso i Nas e ci saranno altri controlli", ha aggiunto. Accanto al nodo dei gettonisti emerge però soprattutto il disagio crescente dei professionisti ospedalieri. Il 65% dei medici dichiara di aver sofferto almeno una volta di burnout e oltre la metà guarda a un possibile abbandono del Servizio sanitario nazionale: il 26,4% pensa al prepensionamento, il 20,2% valuta il passaggio al privato e il 10,1% prende in considerazione l’estero. Le condizioni di lavoro vengono giudicate peggiorate dal 49,5% degli internisti e "molto peggiorate" da quasi uno su cinque. Un quadro che, secondo Fadoi, rischia di alimentare ulteriormente la crisi degli ospedali pubblici.

A preoccupare sono anche le conseguenze cliniche del burnout. L’associazione cita uno studio della Johns Hopkins University School of Medicine secondo cui il 36% dei medici in burnout commette almeno un errore grave all’anno. Una percentuale che, proiettata sulla realtà italiana, potrebbe tradursi in circa 100mila errori sanitari annui tra medici e infermieri. Per migliorare qualità dell’assistenza e condizioni di lavoro, gli internisti indicano due direttrici prioritarie: assunzioni di personale medico e infermieristico e riclassificazione delle Medicine interne da bassa a medio-alta intensità di cura, con conseguente rafforzamento di posti letto, organici e dotazioni tecnologiche. "I risultati dell’indagine indicano che la desertificazione degli ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale", ha commentato il presidente Fadoi Andrea Montagnani. "Per uscire da questa situazione servono assunzioni e un legame forte tra ospedale e territorio".


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