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Malattie rare
12/03/2026

Colangite biliare primitiva, nuova opzione terapeutica rimborsata in Italia

Il nuovo agonista orale PPAR-delta ottiene la rimborsabilità in Italia per i pazienti con PBC che non rispondono adeguatamente all’acido ursodesossicolico o non lo tollerano

AIFA (1)

Una nuova opzione terapeutica è ora disponibile in Italia per i pazienti con colangite biliare primitiva (Primary Biliary Cholangitis, PBC) che non rispondono adeguatamente alla terapia di prima linea. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha riconosciuto la rimborsabilità di seladelpar, agonista orale del PPAR-delta indicato in combinazione con acido ursodesossicolico (UDCA) o in monoterapia nei pazienti che non lo tollerano. La decisione apre una nuova prospettiva nella gestione di una malattia epatica autoimmune rara e progressiva che colpisce soprattutto le donne tra i 45 e i 65 anni e che, in assenza di controllo della progressione, può evolvere verso fibrosi avanzata, cirrosi e trapianto di fegato.

Una malattia rara ma non così infrequente

La colangite biliare primitiva è una patologia epatica cronica autoimmune caratterizzata da un progressivo danneggiamento dei piccoli dotti biliari intraepatici, con conseguente colestasi e alterazione degli esami epatici. In Italia si stimano circa 10mila persone affette, con una prevalenza di circa 27,9 casi ogni 100mila abitanti.

La malattia colpisce prevalentemente le donne e si manifesta generalmente tra i 40 e i 50 anni. Tra i sintomi più frequenti vi sono prurito cronico e astenia, spesso accompagnati da dolori articolari, secchezza oculare e orale e disturbi aspecifici che possono ritardare la diagnosi. Attualmente non esiste una cura per la PBC, che può evolvere verso fibrosi avanzata, cirrosi, fino a rendere necessario il trapianto di fegato. I trattamenti hanno come obiettivo il rallentamento della progressione della malattia e la riduzione dei sintomi correlati alla colestasi, come il prurito.

“La diagnosi della PBC è relativamente semplice quando si sospetta la malattia”, spiega Marco Carbone, Professore Associato dell'Università di Milano-Bicocca e Dirigente Medico della Unità di Epatologia e Gastroenterologia dell'ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. “Spesso però la patologia è silente e viene scoperta casualmente durante esami del sangue di routine che evidenziano alterazioni degli indici di colestasi. In altri casi il primo segnale è il prurito cronico, che porta i pazienti dal dermatologo o dall’allergologo prima ancora che dall’epatologo”.

L’impatto dei sintomi sulla qualità di vita

Secondo gli specialisti, una diagnosi precoce consente nella maggior parte dei casi di mantenere un’aspettativa di vita simile a quella della popolazione generale. Ma oltre alla progressione della malattia epatica, la PBC comporta un carico sintomatologico rilevante che incide sulla qualità di vita dei pazienti.

“Il prurito colestatico e la stanchezza cronica possono compromettere il sonno, la socialità e le attività quotidiane”, sottolinea Carbone. “Per molto tempo ci siamo concentrati soprattutto sui parametri biochimici epatici, ma oggi sappiamo quanto sia importante raccogliere e trattare anche i sintomi riportati dai pazienti”.

La dimensione psicologica della malattia è stata evidenziata anche dalle associazioni dei pazienti. Secondo Davide Salvioni, Presidente dell’Associazione AMAF, Associazione Malattie Autoimmuni del Fegato, il percorso verso la diagnosi può richiedere anche anni e lasciare i pazienti in una condizione di isolamento e disorientamento.

“Molte persone convivono per lungo tempo con sintomi come prurito e stanchezza senza ricevere una spiegazione. È fondamentale aumentare la consapevolezza della patologia e favorire sistemi di diagnosi precoce che aiutino a individuare i pazienti non diagnosticati”, osserva Salvioni.

Seladelpar: una nuova opzione terapeutica

La terapia di prima linea per la PBC è rappresentata dall’acido ursodesossicolico (Udca), che può rallentare la progressione della malattia. Tuttavia, una quota di pazienti non raggiunge la risposta biochimica desiderata e presenta un rischio più elevato di evoluzione verso complicanze epatiche.

Seladelpar, ora rimborsato in Italia, è un agonista orale del PPAR-delta progettato per agire sui principali meccanismi della malattia con effetti anticolestatici, antinfiammatori e antipruriginosi.

“L’obiettivo è offrire ai pazienti una nuova opzione terapeutica capace di intervenire non solo sui parametri biochimici ma anche sulla qualità di vita”, afferma Carmen Piccolo, Executive Country Medical Director di Gilead Sciences Italia. “La rimborsabilità rappresenta un traguardo importante perché consente di garantire accesso a un’innovazione terapeutica per una patologia complessa e ancora priva di una cura definitiva”.

I risultati dello studio di fase 3 RESPONSE

L’approvazione di seladelpar si basa sui risultati dello studio clinico di fase 3 RESPONSE, trial internazionale randomizzato in doppio cieco che ha coinvolto 193 pazienti con PBC con risposta inadeguata o intolleranza alla terapia con UDCA.

Dopo 12 mesi di trattamento, il 62% dei pazienti trattati con seladelpar ha raggiunto la risposta biochimica composita, rispetto al 20% del gruppo placebo e il 25% dei pazienti ha ottenuto la normalizzazione dei livelli di fosfatasi alcalina (ALP), biomarcatore chiave della progressione della malattia. Inoltre, è stata osservata una riduzione significativa del prurito, con miglioramenti clinicamente rilevanti nei pazienti con sintomi moderati-gravi. Il profilo di sicurezza osservato nello studio è risultato favorevole, con una buona tollerabilità del trattamento.

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