Crescono i dubbi sulla solidità di una parte delle evidenze che negli ultimi anni hanno segnalato la presenza di elevate quantità di microplastiche nei tessuti umani, secondo un’analisi pubblicata dal Guardian. Il quotidiano britannico riferisce che diversi ricercatori stanno mettendo in discussione l’affidabilità metodologica di alcuni studi ad alta visibilità, ipotizzando il rischio di falsi positivi nelle misurazioni.
Il tema è stato ricostruito da Damian Carrington, environment editor del Guardian, che segnala come l’interesse scientifico per le microplastiche abbia attratto negli ultimi anni un numero crescente di gruppi di ricerca. Parallelamente, è aumentato anche il numero di osservazioni critiche sulla qualità dei dati prodotti. Secondo Carrington, almeno sette studi sono stati oggetto di contestazioni esplicite, mentre una recente analisi ne cita diciotto potenzialmente affetti da problemi di interpretazione.
Alla base delle criticità vi è la complessità delle tecniche di misurazione. Le microplastiche sono particelle molto piccole e le nanoplastiche lo sono ancora di più, rendendo difficile una quantificazione affidabile nei tessuti biologici. Il Guardian riporta che uno dei metodi più utilizzati è la pirolisi abbinata a gas-cromatografia e spettrometria di massa, una tecnica che vaporizza il campione e ne analizza i frammenti molecolari. Tuttavia, alcuni composti biologici, come i lipidi, possono generare segnali simili a quelli di alcuni polimeri plastici, con il rischio di confondere materiali naturali con plastica.
Un esempio citato riguarda uno studio che aveva segnalato un aumento di microplastiche nel cervello. Un gruppo indipendente ha successivamente evidenziato che il tessuto adiposo può produrre falsi positivi per il polietilene, suggerendo una possibile interferenza nei risultati.
Secondo quanto riportato dal Guardian, molti ricercatori coinvolti negli studi contestati riconoscono la necessità di migliorare e standardizzare le procedure analitiche. Il campo viene descritto come ancora giovane e privo di linee guida consolidate, a differenza di altri ambiti dell’analisi chimica ambientale.
Carrington sottolinea che le critiche non mettono in discussione la diffusione delle microplastiche nell’ambiente né il fatto che l’esposizione umana sia reale. Resta però incerta la quantificazione precisa della loro presenza nei tessuti e la reale entità dei livelli riportati in alcuni lavori. Il Guardian segnala anche l’assenza di evidenze a supporto di trattamenti non regolamentati che promettono la rimozione delle microplastiche dall’organismo.