Con l’inizio del 2026 il Governo non ha prorogato le norme che consentivano ai medici di continuare a lavorare fino a 72 anni e di conferire incarichi libero-professionali ai camici bianchi già in pensione. Una decisione che, secondo la Federazione CIMO-FESMED, rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà degli ospedali pubblici, già alle prese con gravi vuoti di organico. “Secondo le nostre stime sono circa 5mila i medici in pensione che, grazie alle misure adottate negli anni scorsi, avevano potuto continuare a lavorare”, spiega Guido Quici, presidente di CIMO-FESMED. “Professionisti con un patrimonio di esperienza fondamentale, diventati indispensabili in molti reparti per garantire i turni e assicurare la continuità dell’assistenza, soprattutto nelle strutture più in difficoltà”, dichiara.
Il sindacato chiarisce di non considerare strutturale il ricorso ai medici ultrasettantenni, ma contesta duramente la scelta di interrompere bruscamente una soluzione tampone senza alternative pronte. “Siamo consapevoli che il Ssn non possa reggersi sulle spalle di colleghi che hanno tutto il diritto di godersi la pensione”, sottolinea Quici. “Ma questa decisione – continua - è miope e dannosa: così si lasciano scoperti i turni, si riducono i servizi e si allungano ulteriormente le liste d’attesa”.
Secondo CIMO-FESMED, il rischio concreto è anche quello di favorire indirettamente la sanità privata. I medici pensionati che desiderano continuare a lavorare, infatti, potrebbero rivolgersi al settore privato, privando ulteriormente gli ospedali pubblici di competenze ed esperienza in una fase già critica. Per questo la Federazione chiede un intervento urgente dell’esecutivo. “Invitiamo il Governo a correggere immediatamente questo grave errore durante l’iter di conversione in legge del decreto Milleproroghe conclude Quici - prima che, come troppo spesso accade, le conseguenze ricadano sui cittadini e sui pazienti”.