Clinica
Diabetologia
23/12/2025

Diabete e morte cardiaca improvvisa: rischio fino a 6,5 volte più alto

Uno studio nazionale danese mostra un rischio di morte cardiaca improvvisa 3,7 volte più alto nel diabete di tipo 1 e 6,5 volte nel tipo 2, con un impatto maggiore nelle fasce d’età più giovani

diabete

Un ampio studio ha confermato che le persone con diabete presentano un rischio significativamente più elevato di morte cardiaca improvvisa (Sudden Cardiac Death, SCD) rispetto alla popolazione generale.

Lo studio ha incluso l’intera popolazione residente in Danimarca nel 2010: circa 5,4 milioni di persone senza diabete, 25.020 con diabete di tipo 1 e 172.669 con diabete di tipo 2. Tutti i decessi avvenuti nello stesso anno (54.028) sono stati analizzati attraverso certificati di morte, schede di dimissione ospedaliera e, quando disponibili, referti autoptici. In totale sono stati identificati 6.862 casi di morte cardiaca improvvisa.

L’analisi, pubblicata sull’European Heart Journal fornisce una quantificazione dettagliata dell’impatto del diabete, distinguendo tra diabete di tipo 1 e di tipo 2, fasce d’età e trattamenti.

L’incidenza di SCD è risultata nettamente superiore nelle persone con diabete. I tassi di incidenza per 100.000 persone-anno sono stati pari a 394 nel diabete di tipo 1 e 681 nel diabete di tipo 2, rispetto a 105 nella popolazione generale. In termini di rischio relativo, l’incidenza è risultata 3,7 volte più alta nei soggetti con diabete di tipo 1 (IC 95% 3,4–4,1) e 6,5 volte più alta in quelli con diabete di tipo 2 (IC 95% 6,0–7,0).

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda l’età: l’aumento del rischio è risultato più marcato nei soggetti giovani. Nel diabete di tipo 1, il rapporto di incidenza (IRR) ha raggiunto un picco nella fascia 30–40 anni, con un rischio fino a 22,7 volte superiore rispetto ai coetanei senza diabete. Nel diabete di tipo 2, l’IRR massimo è stato osservato tra i 40 e i 50 anni (IRR 6,0). Gli autori sottolineano che l’elevato rischio relativo nei giovani riflette anche il basso rischio “di base” di SCD nella popolazione generale di pari età.

Lo studio ha inoltre quantificato la perdita di anni di vita associata al diabete. Per un individuo di 30 anni, l’aspettativa di vita risulta ridotta in media di 14,2 anni nel diabete di tipo 1 e di 7,9 anni nel diabete di tipo 2 rispetto alla popolazione generale. La morte cardiaca improvvisa contribuisce rispettivamente a 3,4 e 2,7 anni di vita persi, evidenziando un ruolo non trascurabile di questo evento nella mortalità complessiva.

Un dato rilevante emerso dalle analisi di sottogruppo è l’associazione tra terapia insulinica e maggiore incidenza di SCD. Tra i pazienti deceduti per SCD, il 37% delle persone con diabete di tipo 1 e il 7,2% di quelle con diabete di tipo 2 avevano una storia di ricoveri per ipoglicemia. Questo suggerisce un maggiore “carico ipoglicemico” nei soggetti più a rischio. Gli autori ricordano che, sebbene un buon controllo glicemico riduca gli eventi cardiovascolari, l’uso di insulina e sulfoniluree aumenta il rischio di ipoglicemia, con possibili conseguenze aritmiche.

Le persone con diabete presentavano una maggiore prevalenza di comorbidità cardiovascolari (scompenso cardiaco, cardiopatia ischemica, ipertensione, dislipidemia, arteriopatia periferica) e non cardiovascolari (malattia renale cronica, BPCO, patologie neurologiche e psichiatriche) rispetto alla popolazione generale, fattori che contribuiscono ulteriormente al rischio.

Un limite importante dello studio è il periodo di osservazione: i dati si riferiscono al 2010, prima della diffusione su larga scala di terapie più recenti come gli inibitori SGLT2 e gli agonisti del recettore GLP-1. Non è quindi possibile valutare l’impatto di questi farmaci sul rischio di morte cardiaca improvvisa.

Secondo gli autori, il legame tra diabete e SCD è multifattoriale. Il diabete predispone allo sviluppo di cardiopatia ischemica, un meccanismo chiave nella genesi delle aritmie fatali. A ciò si aggiungono fattori specifici della malattia, come l’ipoglicemia e la neuropatia autonomica cardiaca. L’identificazione dell’ipoglicemia post-mortem è inoltre complessa, rendendo possibile che alcuni casi di SCD “autopsy-negative” siano correlati a ipoglicemia non riconosciuta.

Nonostante la difficoltà intrinseca nel prevedere e prevenire la morte cardiaca improvvisa, i risultati rafforzano l’importanza di una gestione integrata del rischio cardiovascolare nel diabete. In particolare, emerge la necessità di bilanciare il controllo glicemico con la prevenzione dell’ipoglicemia, soprattutto nei pazienti giovani e in quelli trattati con insulina. Per medici e operatori sanitari, lo studio sottolinea l’urgenza di strategie personalizzate di prevenzione cardiovascolare in una popolazione ad alto rischio.

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