L’estate 2025 è iniziata con un’ondata di calore che ha colpito l’Europa tra fine giugno e inizio luglio dopo un mese di giugno già molto caldo. Le temperature record hanno fatto scattare allerte sanitarie, causando in Francia la chiusura anticipata delle scuole e in Italia lo stop ai lavori all’aperto.
Tra il 23 giugno e il 2 luglio sono stati registrati più di 2.300 decessi in eccesso in dodici grandi città europee, di cui circa 1.500 direttamente attribuibili al cambiamento climatico, triplicando la mortalità attesa. È quanto emerge da uno studio di attribuzione rapida condotto dal Grantham Institute, pubblicato su The Lancet Public Health.
Nelle città analizzate la temperatura media nei dieci giorni considerati è stata di 2,95 °C superiore alla media degli ultimi vent’anni, con una variabilità compresa tra 1,13 °C a Lisbona e 3,95 °C a Londra. Milano si è rivelata la seconda città europea più calda, con una temperatura media giornaliera di 30,32 °C e 3,44 °C sopra la media, preceduta solo da Atene (31,30 °C e 2,07 °C sopra la media). Nel capoluogo lombardo è stata registrata anche la maggiore variabilità, con scarti giornalieri compresi tra 0,89 e 7,78 gradi rispetto alla media del periodo. Lo studio attribuisce il caldo persistente principalmente a un sistema di alta pressione che ha intrappolato aria calda e secca sull’Europa occidentale.
Oltre all’esposizione diretta, l’ondata ha aumentato la domanda di servizi sanitari ed energia elettrica, mettendo sotto pressione infrastrutture critiche e assistenza medica. Sono aumentati anche gli incendi, in particolare in Sardegna, Creta e Smirne, dove i roghi hanno colpito strutture sanitarie e il fumo ha aggravato le problematiche respiratorie.
I ricercatori hanno analizzato i dati di Atene, Parigi, Madrid, Barcellona, Roma, Milano, Londra, Budapest, Lisbona, Francoforte, Zagabria e Sassari. Lo studio ha utilizzato modelli epidemiologici consolidati e il framework World Weather Attribution, integrando dati fattuali e controfattuali sulle temperature con funzioni esposizione-risposta pubblicate.
Le ondate di calore di giugno si sono intensificate più rapidamente rispetto a quelle di luglio, aumentando la probabilità di eventi precoci e mortali. Nelle dodici città analizzate lo studio ha stimato 2.305 decessi in eccesso legati al caldo, di cui 1.504 direttamente attribuiti al cambiamento climatico. Gli anziani sono stati i più colpiti: più dell’80% delle vittime aveva oltre 65 anni, con più di mille decessi tra le persone con più di 85 anni.
I dati mostrano differenze significative tra città: a Milano sono stati registrati 499 decessi in dieci giorni, di cui 317 attribuiti al cambiamento climatico; a Madrid oltre il 90% dei 118 decessi in eccesso è stato legato al riscaldamento; a Lisbona, grazie all’influenza atlantica, i morti sono stati 92, con il 23% attribuibile direttamente al caldo.
Tra le limitazioni dello studio, gli autori segnalano l’assunzione di un tasso di mortalità giornaliero costante basato sugli anni precedenti, che potrebbe avere sottostimato il numero complessivo di decessi da caldo. Tuttavia, metriche relative come la quota attribuibile al cambiamento climatico vengono considerate solide.
I risultati suggeriscono che un aumento di 1,3 °C della temperatura globale non produce un incremento lineare della mortalità, ma innalza il rischio di base, rendendo più probabili eventi estremi e spingendo la mortalità lungo una curva più ripida e non lineare. Anche piccoli aumenti di temperatura potrebbero generare effetti esponenziali sui sistemi sanitari.
Il rapporto sottolinea inoltre l’effetto “isola di calore urbana”, per cui le aree costruite assorbono e rilasciano più calore rispetto a quelle rurali, individuando le città come punti critici di rischio. Sebbene “piani d’azione contro il caldo e sistemi di allerta precoce per ridurre i decessi siano sempre più diffusi”, gli autori evidenziano la “necessità urgente di accelerare nuove misure di adattamento” in relazione a cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione e urbanizzazione.
Secondo gli autori, misure di adattamento e azioni emergenziali possono mitigare i rischi a breve termine, ma la programmazione a lungo termine richiede un’accelerazione delle politiche di mitigazione globale. In assenza di una riduzione concreta dell’uso dei combustibili fossili e di strategie efficaci di contrasto al global warming, la pressione sui sistemi sanitari è destinata a superare le capacità di adattamento.
La crisi climatica viene quindi descritta come anche una crisi sanitaria pubblica, che richiede azioni urgenti e coordinate per costruire comunità e sistemi resilienti e garantire che il personale medico sia preparato ad assistere i pazienti nelle future ondate di calore.