Le vaccinazioni di emergenza contro malattie infettive come colera, Ebola, meningite, febbre gialla e morbillo hanno evitato quasi il 60% di casi e decessi tra il 2000 e il 2023 nei Paesi a basso reddito. È quanto emerge dal primo studio mondiale sull’impatto di queste campagne, pubblicato su BMJ Global Health e realizzato dal Burnet Institute in collaborazione con Gavi, the Vaccine Alliance. I dati, riferiti a 210 epidemie in 49 Paesi, evidenziano anche un beneficio economico stimato in 32 miliardi di dollari, generato da vite salvate e anni di disabilità evitati.
Per alcune malattie come la febbre gialla e l’Ebola, si stima che gli sforzi di vaccinazione in risposta alle epidemie abbiano ridotto i decessi rispettivamente del 99% e del 76%. “Questo impatto della risposta alle epidemie si aggiunge ai milioni di decessi e casi evitati grazie alla vaccinazione preventiva o di routine contro le cinque malattie”, si legge nello studio.
“Per la prima volta, siamo in grado di quantificare in modo completo i benefici, in termini umani ed economici, legati alla distribuzione di vaccini contro le epidemie di alcune delle malattie infettive più letali”, ha affermato Sania Nishtar, CEO di Gavi, the Vaccine Alliance. “Questo studio – aggiunge – dimostra chiaramente il potere dei vaccini come contromisura economicamente vantaggiosa al crescente rischio che il mondo affronta a causa delle epidemie. Sottolinea inoltre l’importanza di finanziare completamente Gavi, in modo che possa continuare a proteggere le comunità nei prossimi cinque anni”.
Gavi mira ora a finanziare completamente il periodo strategico 2026-2030 (“Gavi 6.0”) con un investimento esteso anche a nuove minacce emergenti, come l’Mpox e l’epatite E, e al mantenimento delle attuali scorte globali di vaccini gestite dall’International Coordinating Group for Vaccine Provision (Ficr, Msf, Unicef e Oms).
Accanto allo scenario globale, uno studio italiano coordinato dal gruppo Gabie analizza i recenti focolai di morbillo in Italia (2024) e Texas (2025). “Dove le coperture vaccinali contro il morbillo calano, il virus non solo si diffonde, ma diventa più vario, più resiliente, e potenzialmente più difficile da fermare”, è la conclusione degli autori.
“La differenza non è solo nelle cifre, ma nella profondità del dato: in Texas abbiamo potuto lavorare su dataset aggiornati quasi in tempo reale, disaggregati per età, stato vaccinale, e distribuzione geografica. Questo ci ha permesso di modellizzare con precisione le fasi dell’epidemia e individuare i punti critici di intervento”, spiega Francesco Branda.
I modelli hanno identificato tre fasi distinte dell’epidemia: “crescita esponenziale iniziale, stabilizzazione lineare e plateau”. In Italia, invece, l’analisi si è basata principalmente su bollettini mensili pubblicati dall’Istituto superiore di sanità, “rendendo difficile cogliere i segnali di allarme precoce”. La maggior parte dei casi si è verificata tra persone non vaccinate o con ciclo incompleto. Tuttavia, “lo stato vaccinale non è risultato statisticamente associato al rischio di ospedalizzazione”, con la gravità clinica influenzata da altri fattori, come età e comorbidità.
“Il morbillo è tra i virus più contagiosi al mondo. Anche una minima falla nella copertura vaccinale può portare a un’esplosione di casi”, sottolinea Massimo Ciccozzi. “La differenza nei tassi di ospedalizzazione tra i due focolai non è solo clinica, ma anche sociale: la disponibilità dei dati negli Stati Uniti ha permesso interventi mirati in comunità a rischio. In Italia, invece, si arriva tardi”.
“La genetica ci dice che, dove le coperture vaccinali calano, il virus non solo si diffonde, ma diventa più vario, più resiliente, e potenzialmente più difficile da fermare”, spiega Fabio Scarpa, dell’Università di Sassari. “L’insegnamento è chiaro: integrare il sequenziamento genomico nella sorveglianza sanitaria non è solo utile, ma indispensabile per prevenire il ritorno di malattie che pensavamo ormai sconfitte”.
“Senza dati granulari e interoperabili non si fa prevenzione: si rincorrono i casi – conclude Branda – Il nostro auspicio è che questo studio serva da stimolo per rafforzare le infrastrutture di sorveglianza anche in Italia, con un investimento concreto nella digitalizzazione dei sistemi di sanità pubblica”.