Attualità
Dengue
10/07/2025

Dengue e chikungunya, Iss: mappate in Italia le aree a più alto rischio di trasmissione

Aree costiere e periferie urbane lungo tutta la penisola italiana presentano condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo di focolai autoctoni di dengue e chikungunya

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Aree costiere e periferie urbane lungo tutta la penisola italiana presentano condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo di focolai autoctoni di dengue e chikungunya. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato su Nature Communications e coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in collaborazione con il Ministero della Salute e le Regioni/Province autonome.

L’analisi ha applicato modelli matematici ai dati di trasmissione locale raccolti tra il 2006 e il 2023, integrando informazioni climatiche, entomologiche e demografiche. L’obiettivo era stimare con precisione il rischio di diffusione in Italia dei due virus trasmessi dalla zanzara tigre (Aedes albopictus), sulla base delle condizioni ecologiche dei diversi territori.

Nel periodo analizzato sono stati confermati in Italia:

• 1.435 casi importati di dengue

• 142 casi importati di chikungunya

• 388 casi autoctoni di dengue

• 93 casi autoctoni di chikungunya

I casi importati di dengue provengono principalmente da Thailandia, Cuba, India e Maldive; quelli di chikungunya da India, Repubblica Dominicana, Brasile e Thailandia.

Secondo lo studio, le infezioni autoctone si verificano prevalentemente tra luglio e fine settembre, ma nel Sud Italia le condizioni favorevoli alla trasmissione possono protrarsi fino a novembre. Tutte le zone dove si sono già verificati focolai rientravano tra quelle considerate ad alto rischio nella modellizzazione. Tuttavia, gli autori hanno identificato molte altre aree con caratteristiche ambientali simili, potenzialmente a rischio in caso di nuovi casi importati.

Il lavoro conferma che, una volta identificato un focolaio, l’indice di trasmissibilità può essere riportato sotto la soglia epidemica in circa due settimane, a testimonianza dell’efficacia degli interventi di controllo adottati finora. Resta tuttavia un margine critico legato ai tempi di diagnosi.

“Nelle regioni non endemiche, come l’Italia – scrivono gli autori – è fondamentale aumentare la consapevolezza clinica delle infezioni trasmesse da vettori. Una diagnosi ritardata o mancata rallenta il rilevamento dei focolai e ostacola la tempestività delle misure di contenimento”.

I ricercatori raccomandano di orientare la sorveglianza e la prevenzione verso tutte le aree con condizioni ecologiche favorevoli, indipendentemente dal fatto che abbiano già registrato focolai autoctoni. Tra i fattori chiave: presenza del vettore, clima favorevole, densità abitativa e mobilità internazionale.

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