I conflitti armati rappresentano un acceleratore globale della resistenza agli antibiotici. È quanto emerge da uno studio condotto dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”, presentato al congresso Escmid Global di Vienna dal dott. Guido Granata, UOC Infezioni sistemiche e dell’immunodepresso. La ricerca ha ottenuto un finanziamento dalla Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive (Escmid).
L’indagine ha analizzato oltre 1.000 pazienti evacuati dalle zone colpite dal conflitto in Ucraina, documentando un’elevata diffusione di batteri Gram-negativi altamente resistenti a molte classi di antibiotici, inclusi i più recenti. I dati indicano che la trasmissione di questi patogeni avviene prevalentemente nelle strutture ospedaliere localizzate in aree di guerra, prima del trasferimento dei pazienti in altri Paesi europei.
Lo studio conferma che le guerre creano condizioni favorevoli all’emergere e alla propagazione di ceppi multiresistenti, amplificando la circolazione globale di patogeni difficili da trattare. Tuttavia, l’attuazione di strategie mirate – sorveglianza attiva, utilizzo mirato della terapia antibiotica, protocolli di infection control – può contenere significativamente la trasmissione.
Durante lo stesso congresso, lo Spallanzani ha presentato ulteriori contributi scientifici. Un poster ha approfondito il tema dell’uso appropriato degli antibiotici nei pazienti Covid-19 ospedalizzati, evidenziando un’elevata incidenza di infezioni batteriche secondarie resistenti e un associato aumento della mortalità.
Due altri studi, condotti con la Uoc di Microbiologia dell’Istituto, hanno documentato tre casi clinici di infezioni da Pseudomonas aeruginosa resistenti a quasi tutti gli antibiotici disponibili. I pazienti sono stati trattati con successo grazie a combinazioni terapeutiche innovative, scelte sulla base di test di laboratorio per valutare la sinergia tra molecole.