Senza depenalizzazione i medici continueranno a finire alla sbarra in migliaia in caso di sinistro. La Federazione degli Ordini prende posizione sulla responsabilità medica con il presidente Filippo Anelli alla vigilia dell’incontro a Bari, il 14 ottobre, tra il presidente Filippo Anelli e la Commissione del Ministero della Giustizia guidata da Adelchi D’Ippolito.Il board sta girando l’Italia ed accoglie proposte a modifica della legge Gelli Bianco, che nel 2017 doveva porre un freno alle cause contro gli operatori sanitari e invece continuano ad essere 35 mila l’anno. Poco importa che il 95% si concluda con il proscioglimento del camice. Anelli spiega da un punto di vista logico perché portare alla sbarra, in sede penale, un atto medico concluso con danni al paziente moltiplica le cause ed è deleterio per i medici e gli operatori sanitari che poi talvolta decidono di fuggire dal lavoro. «Fermo restando che chi ha subito un danno va giustamente risarcito, purtroppo spesso accade che sia usato lo strumento penale solo per arrivare ad un accordo economico in sede civile. E noi siamo uno dei pochi paesi al mondo in cui è possibile promuovere un'azione penale nei confronti dei medici (con Polonia e Messico ndr). Una risposta alla fuga dei medici può essere arginare le liti temerarie ed evitare che ogni atto medico venga contestato e impugnato per ricavare un vantaggio economico».
In questi stessi giorni alla Camera l’onorevole Marianna Ricciardi (M5S) lavora ad una risoluzione in materia di sicurezza delle cure e dei pazienti e di contrasto alla medicina difensiva che abbia ampi margini di condivisione. Sono stati sentiti i principali sindacati medici, a partire da Anaao Assomed il cui segretario nazionale Pierino Di Silverio ha ricordato come la medicina difensiva costi oltre 11 miliardi di euro alle casse dello Stato. Per cambiare le cose "abbiamo bisogno, in sostanza, di mutare profondamente il paradigma di quella che è la colpa medica - spiega – il che non vuol dire rendere il medico impunito ove commetta un errore, ma limitare quell'errore alla sola colpa grave». Per Anaao Assomed, «una depenalizzazione dell'atto medico è il punto di partenza (…) Inoltre come in ogni sistema di diritto, se avvengono denunce che poi non hanno seguito, quantomeno il carico economico dovrebbe essere di chi ha fatto denuncia», dice Di Silverio. «La promozione, ad opera di sedicenti studi legali, di pubblicità faziose che stimolano i pazienti a denunciare i medici perché tanto non c'è costo per nessuno se non per noi stessi, mette in seria crisi identitaria e di riconoscimento sociale la professione e contribuisce a far scricchiolare ancor di più un sistema sanitario già in crisi». Anche la Federazione Cimo Fesmed, altro sindacato chiave della dirigenza medica, cui aderiscono le sigle Anpo-Ascoti, Cimo, Cimop e Fesmed, oltre alla rapida adozione dei decreti attuativi della legge Gelli Bianco sulla responsabilità professionale, attesi da oltre 6 anni, chiede di limitare i casi di punibilità penale del personale sanitario alle sole condotte caratterizzate da dolo o colpa grave.
Il presidente Cimo Guido Quici sottolinea che non si tratterebbe di una novità nell’ordinamento. «Nel 2021, in piena emergenza sanitaria, è stata prevista la sanzionabilità dei fatti di omicidio e lesioni colpose verificatisi durante la pandemia solo se determinati da colpa grave o dolo. E si elencano alcuni fattori che possono escludere la colpa grave. Oltre alla limitatezza delle conoscenze scientifiche sul Covid-19 disponibili al momento del fatto, si parla di “scarsità delle risorse umane e materiali concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare” e “minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale sanitario non specializzato impiegato per far fronte all’emergenza”. Fattori che oggi «stanno sempre più caratterizzando il quotidiano della realtà ospedaliera: le risorse umane sono scarse e tanto introvabili che si assumono medici non specializzati e stranieri anche senza un titolo di studio riconosciuto in Italia, e si obbliga il personale a turni in reparti relativi a discipline diverse da quelle possedute». Esempi da cui prendere spunto per tutelare gli operatori sanitari non mancano, conclude Cimo. «Basti pensare agli insegnanti e ai magistrati, la cui responsabilità diretta è eliminata in favore di quella indiretta dell’ente di appartenenza salvo il diritto di rivalsa della struttura per i casi di dolo e colpa grave. Perché non adottare lo stesso sistema anche per i medici?»