A poche settimane dalla scadenza fissata dal Pnrr per l'attivazione delle Case di Comunità, in Veneto alcune aziende sanitarie stanno ricorrendo ai medici ospedalieri per coprire l'attività nelle nuove strutture territoriali. Una scelta adottata soprattutto nel Vicentino, dove diabetologi, cardiologi, pneumologi, neurologi, internisti e geriatri vengono coinvolti nei percorsi assistenziali delle Case di Comunità per garantire l'operatività dei presidi e avvicinare ai cittadini la presa in carico delle patologie croniche. L'iniziativa nasce nel contesto delle difficoltà di reperimento del personale necessario a far funzionare le Case di Comunità, fulcro della riforma dell'assistenza territoriale prevista dal Pnrr. In Veneto entro fine giugno dovranno essere operative 102 strutture, finanziate con oltre 260 milioni di euro tra fondi europei e regionali. Tuttavia, il mancato completamento del percorso normativo che dovrebbe coinvolgere in maniera strutturale i medici di medicina generale sta spingendo le aziende sanitarie a individuare soluzioni alternative. Proprio contro questa ipotesi si schiera la Federazione Cimo-Fesmed, che definisce "inaccettabile" il ricorso ai medici ospedalieri per coprire i turni nelle Case di Comunità.
"Il contratto collettivo nazionale esclude che i medici che operano nei presidi ospedalieri possano essere coinvolti in servizi fuori sede", sottolinea il sindacato, evidenziando come una simile scelta rischi di aggravare ulteriormente le difficoltà organizzative degli ospedali, già alle prese con una grave carenza di personale e con liste d'attesa sempre più lunghe. "Il cerino non può, come sempre, rimanere in mano agli ospedalieri", afferma Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed. "Non è ipotizzabile che, per giustificare il funzionamento delle Case di Comunità e non perdere quindi i fondi del Pnrr, si pensi di utilizzare a costo zero i medici ospedalieri e non coloro che istituzionalmente dovrebbero ricoprire questo ruolo sul territorio, ovvero gli specialisti ambulatoriali". Secondo Quici, la questione riguarda anche le risorse economiche già stanziate per il potenziamento dell'assistenza territoriale. "Nella legge di Bilancio del 2022 sono stati stanziati oltre due miliardi di euro per finanziare il personale destinato alle nuove strutture territoriali del Servizio sanitario nazionale. Che fine hanno fatto questi soldi?", chiede il presidente della Federazione.
Pur ribadendo la contrarietà all'utilizzo degli ospedalieri nelle Case di Comunità durante l'orario di servizio, Cimo-Fesmed rilancia però una proposta storica del sindacato: la liberalizzazione della professione medica. "Se davvero si vuole consentire ai medici ospedalieri di lavorare anche sul territorio, si approvi rapidamente l'eliminazione delle incompatibilità oggi previste per i dipendenti del Servizio sanitario nazionale", sostiene Quici. In questo modo, spiega, sarebbe il singolo professionista a decidere autonomamente come impiegare il proprio tempo al di fuori dell'orario di lavoro, anche svolgendo attività nelle Case di Comunità. Per il sindacato, la liberalizzazione rappresenterebbe uno strumento per aumentare l'attrattività della professione e consentire ai medici di valorizzare meglio il proprio lavoro, senza sottrarre risorse agli ospedali e senza compromettere l'assistenza ai pazienti.