
Lecanemab, un farmaco di recente approvazione contro l'Alzheimer, potrebbe bloccare alcuni piccoli aggregati della proteina beta-amiloide che fluttuano attraverso il fluido del tessuto cerebrale, raggiungendo molte regioni del cervello e interrompendo il funzionamento dei neuroni locali, e che causano progressione della malattia di Alzheimer (AD), secondo uno studio pubblicato su Neuron.
«Il nostro lavoro mostra per la prima volta che un farmaco può effettivamente curare le persone con Alzheimer e rallentare il declino cognitivo» afferma
Dennis Selkoe, del Brigham and Women's Hospital di Boston, autore dello studio. A gennaio, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha approvato lecanemab, una terapia anticorpale per il trattamento dell'AD. In uno studio clinico di fase 3, lecanemab ha mostrato la capacità di rallentare il declino cognitivo nei pazienti con AD precoce. I ricercatori hanno sospettato che l'effetto positivo del farmaco potesse essere associato alla sua capacità di legare e neutralizzare gli aggregati solubili di proteina beta-amiloide, noti anche come protofibrille o oligomeri, piccoli grumi liberamente fluttuanti della proteina beta-amiloide. Questi piccoli grumi possono formarsi nel cervello prima di aggregarsi ulteriormente in grandi placche amiloidi, e possono anche staccarsi e diffondersi lontano dalle placche amiloidi già presenti. Nessuno, tuttavia, è stato davvero in grado di definire con rigore strutturale cosa fosse una protofibrilla o un oligomero a cui si potrebbe legare il lecanemab. Gli autori dello studio sono arrivati a identificare proprio quella struttura. Hanno immerso i tessuti cerebrali post-mortem di pazienti tipici con AD in soluzioni saline, che sono state poi centrifugate ad alta velocità, e hanno determinato la struttura atomica di questi minuscoli aggregati, fino al singolo atomo. Gli esperti si concentreranno ora sull'osservazione di come questi minuscoli aggregati di beta-amiloide viaggiano attraverso il cervello degli animali viventi e sullo studio di come il sistema immunitario risponda a queste sostanze tossiche. «Ricerche recenti hanno dimostrato che la reazione del sistema immunitario del cervello alla beta-amiloide è una componente chiave dell'AD. Ora approfondiremo la questione» conclude
Selkoe.
Neuron 2023. Doi: 10.1016/j.neuron.2023.04.007
http://doi.org/10.1016/j.neuron.2023.04.007