Governo e Parlamento
12/06/2022

Esami e visite specialistiche, Ssn sempre più inaccessibile. Le cause e le opportunità in vista

L'attività ambulatoriale specialistica del Servizio sanitario nazionale è diventata off limits per molti italiani. In ospedale, i reparti "di elezione", per mesi trasformati in terapie intensive e semintensive, non sempre tornano a lavorare a regime. In alcune unità operative il personale prestato all'emergenza Covid non rientra. Sul territorio gli specialisti sono sempre meno. Morale: chi può, per avere l'esame in tempo va nel privato e lo paga. Chi non può corre in pronto soccorso. Giorni fa, in Campania, il governatore Vincenzo De Luca ha accusato "alcuni" medici di famiglia "pigri" per spiegare il sovraffollamento al pronto soccorso del Cardarelli di Napoli. Il portavoce del movimento di categoria "Medici senza Carriere" Salvatore Caiazza in una lettera aperta invita a guardare cosa avviene nei centri diagnostici convenzionati che offrono prestazioni coperte dal servizio pubblico solo i primi dieci giorni del mese, perché all'undicesimo si esaurisce il budget mensile messo a disposizione dalla Regione. Ma le file per le prestazioni della sanità pubblica ci sono anche al Nord, sia in ospedale sia sul territorio.

L'Emilia Romagna sembrava aver superato il problema delle liste d'attesa; nel recupero dei pazienti messi in stand-by dalla riorganizzazione avvenuta in pandemia, risultati importanti erano stati ottenuti all'Ausl Bologna e in Romagna. Ma tuttora, come denuncia Vincenzo Paldino, presidente regionale Unione Difesa Consumatori intervistato dall'agenzia Dire, per un esame od una visita si va fuori dai tempi previsti dal decreto liste d'attesa, mentre se si va a pagamento nella stessa struttura pubblica si attendono due giorni. Per Paldino la pandemia "ha colpito duramente le aziende sanitarie del territorio emiliano-romagnolo, causando squilibri anche nei bilanci. Ci sono liste d'attesa purtroppo ancora chiuse per alcune prestazioni; riusciamo a curare bene le persone gravemente malate, per fortuna, ma arranchiamo sulla prevenzione, sulle prime visite quando una persona non sta bene». Ester Pasetti, segretario regionale Anaao Assomed dal fronte ospedale lancia una riflessione. «E' difficile dare risposte univoche perché ogni azienda sanitaria ha le sue criticità. Ma il problema sollevato in linea di massima c'è ed ha a che vedere con più cause, non ultimo il fatto che infermieri siano stati distolti da ambulatori specialistici dove la loro presenza è indispensabile, per indirizzarli alle vaccinazioni, così ambulatori settimanali sono diventati quindicinali. Un altro ruolo fondamentale lo gioca la carenza di medici specialisti: chi fa una guardia notturna è per forza di cose assente per due diurni. C'è poi il problema della moltiplicazione degli ambulatori ai quali nessuno vuole rinunciare. Infine, esistono casi specifici in cui non sempre prossimità è sinonimo di buona organizzazione: ad invarianza di personale, i tempi di trasferimento tra sedi sono tempi morti e tolti all'orario di lavoro. E' la solita coperta corta e sfilacciata. Ne parliamo al congresso regionale Anaao questa settimana. Tenendo presente che, specie a tutela dei più fragili, un po' più di tecnologia e telemedicina ben declinate aiuterebbero».

Per Francesco Ventura segretario dei medici specialisti ambulatoriali Sumai Emilia Romagna, «bisogna separare il tema delle le liste d'attesa, presente anche prima della pandemia e relativo ad alcune branche specialistiche dagli stop temporanei dovuti alle conseguenze della riorganizzazione in pandemia, ora in tutto o in parte superati in molte Ausl. «E' difficile rimediare alla lunghezza delle liste di attesa là dove tendenzialmente è l'offerta a guidare la domanda, e in questo modo si generano consumi impropri, per la mancanza di un'organizzazione territoriale che funga da filtro e da presa in carico del paziente non acuto. Per guidare meglio la domanda -spiega Ventura- si dovrebbe rinforzare la medicina territoriale: purtroppo nell'epoca dei tagli lineari le sono mancati investimenti in dotazione tecnologica, personale, strutture. Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza è ora l'occasione per rimediare. Ma in che modo? Il territorio è chiamato a fare filtro, ma i medici convenzionati - di famiglia, pediatri, specialisti - vanno diminuendo di numero. Le prime due categorie sono oberate dalla burocrazia e noi specialisti ambulatoriali siamo utilizzati a mezzo servizio: solo il 30-40% di noi è impiegato a 38 ore settimanali. Se lo fosse al 100%, come il Segretario nazionale Sumai Antonio Magi chiede da anni, molte richieste sarebbero gestite e risolte sul territorio, sia con prestazioni sul momento sia con la presa in carico, attivabile al momento di gestire più accessi per pazienti con patologie croniche. Purtroppo, né nel PNRR né nelle bozze del decreto sugli standard territoriali vedo particolare attenzione alle potenzialità della specialistica ambulatoriale ed al ruolo che potrebbe rivestire in case di comunità ed assistenza domiciliare integrata. Nel frattempo, da qualche parte si tende ad "ospedalizzare" lo specialista ambulatoriale, tentando delle afferenze improbabili nelle Unità Operative ospedaliere. C'è ancora tempo per intervenire, cominciando col completare l'impegno orario degli specialisti. Con queste misure, credo, alla fine avremmo dei riflessi positivi sia sui tempi d'attesa che sulla spesa sanitaria impropria perché dal territorio arriverebbe una risposta di prestazioni più mirata, e soprattutto articolata ed esaustiva, ai bisogni di salute del cittadino».
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