
Dopo due anni di pandemia e di utilizzo serrato delle protezioni delle vie respiratorie, dal 1 maggio è caduto l'obbligo d'impiego di tali dispositivi, tranne alcune eccezioni, ma nei luoghi di lavoro del settore privato saranno i protocolli aziendali a dettare la linea mentre negli uffici pubblici la Ffp2 resta raccomandata per il personale a contatto con il pubblico e negli spazi comuni. Alla luce delle nuove disposizioni, una raccomandazione è arrivata da una circolare del ministro per la Pubblica Amministrazione,
Renato Brunetta. La mascherina è raccomandata - secondo quanto si legge nella circolare - per il personale che svolga la prestazione in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due, salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti ma anche nel corso di riunioni in presenza. Va usata comunque se si è in coda, anche al bar o per entrare in ufficio e «in presenza di una qualsiasi sintomatologia che riguardi le vie respiratorie». I dispositivi di protezione non sono necessari - chiarisce la circolare - in caso di attività svolta all'aperto, in caso di disponibilità di stanza singola per il dipendente, in ambienti ampi, anche comuni in cui non vi sia affollamento o si mantenga una distanza interpersonale congrua. «Ciascuna amministrazione - conclude la circolare - dovrà quindi adottare le misure che ritiene più aderenti alle esigenze di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro, tenendo ovviamente conto sia dell'evoluzione del contesto epidemiologico che delle prescrizioni di carattere sanitario eventualmente adottate, anche a livello locale, dalle competenti autorità».
Nuove regole arrivano anche per lo smart working, prorogato fino al 31 agosto, anche in assenza degli accordi individuali, per i lavoratori del settore privato. Proroga fino al 30 giugno, invece, per i lavoratori fragili pubblici e privati e per i genitori di figli con fragilità. Diversa la situazione nel privato: alla luce del nuovo quadro cruciale sarà l'incontro con le parti sociali in programma per il 4 maggio, dove si valuterà un aggiornamento dell'ultimo Protocollo sulle misure per il contrasto del Covid nei luoghi di lavoro del 6 aprile 2021, che prevede l'obbligo di mascherina. Si deciderà, in sostanza, se mantenere tale protocollo oppure rimodularlo. Ad ogni modo, almeno fino alla data dell'incontro, il Protocollo resta vigente e di conseguenza resta l'obbligo delle mascherine. Non favorevoli alle ultime disposizioni sono molti esperti. «In base agli attuali dati Covid, lo stop alle mascherine sul luogo di lavoro, il cui obbligo decade dal primo maggio, non è, per il momento, una scelta opportuna: non c'è più obbligo ma le raccomandazioni permangono», spiega all'Adnkronos Salute
Giovanna Spatari, presidente della Società italiana di medicina del lavoro (Siml). «Negli ultimi due anni abbiamo imparato quali sono le norme comportamentali efficaci per il contrasto al contagio - continua - e oggi siamo sicuramente pronti a gestirle. Per esempio, nella circolare del ministro Renato Brunetta ci sono indicazioni mirate: si fa riferimento alle riunioni in presenza, alla condivisione delle stanze e a tutte le occasioni che comportano contatti con soggetti fragili», spiega Spatari. Che sottolinea come «le modalità e i contesti in cui si devono utilizzare le mascherine vanno valutate dal datore di lavoro, affiancato da specifiche figure professionali, tra cui i medici del lavoro, e sono valutazioni che devono tenere conto della specificità dell'attività lavorativa, del contesto e del territorio in cui si trova l'azienda».
Il ministro della Salute
Roberto Speranza invita ancora alla cautela, a proposito delle mascherine ha rilevato che «non avere un obbligo non significa diventare irresponsabili. Ci sono ancora situazioni al chiuso, così come anche all'aperto, dove ci possono essere condizioni di assembramento». Di altro parere
Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all'Universita' di Padova che, ad Agorà Extra, su Rai Tre, ha sostenuto che per fermare la diffusione di Omicron «la mascherina non serve», ma «non bisogna far passare il concetto che sia sbagliata. Ci sono persone che dovrebbero invece continuare a usarla, come fragili e chi si prende cura di loro». Aggiunge: «Bisogna cambiare paradigma: non si deve evitare la trasmissione del virus ma dobbiamo capire come proteggere i fragili che, se si prendono il Covid, perdono la vita». Quello alle mascherine per il microbiologo Crisanti non è né un addio né un arrivederci, «perché tutto dipenderà da cosa accadrà a settembre e ottobre e dalla protezione dei vaccini». Di certo, anche dopo l'abolizione dell'obbligo nella maggior parte delle attività al chiuso «dovrebbero continuare a utilizzarla i fragili, che sono una fasce di persone abbastanza numerosa, basti pensare agli oltre 5 milioni di over 80, a cui aggiungere i pazienti oncologici, gli immunodepresssi e tutti quelli in trattamento con cortisone: arriviamo facilmente a 8-9 milioni di persone». Sicuramente, secondo Crisanti, per fermare un virus così trasmissibile «non basta la mascherina» e neppure il lockdown scelto dalla Cina. L'approccio della tolleranza zero contro il virus, «in passato ha salvato tantissime vite e, all'inizio della pandemia, ha permesso a chi l'ha applicata di riaprire attività. Ma è stato possibile perché l'infezione aveva un indice di trasmissione basso, intorno a due, e non avevamo vaccini. Ora la situazione è completamente diversa, abbiamo vaccini che funzionano e un virus con indice trasmissione altissima. E anche la politica della Cina prima o poi cambierà».