
Il Long-Covid è una condizione che "si verifica in individui con una storia di infezione da SARS-CoV-2, guarita, con sintomi che durano da almeno 2 mesi e non possono essere spiegati da una diagnosi alternativa". Questa è la definizione che dà l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); tuttavia, ad oggi non esistono cause e linee guida accertate per il suo trattamento. Ora un articolo divulgativo su
Nature cerca di fare il punto sulle conoscenze e gli sviluppi delle terapie di questa sindrome che, a seconda delle stime, può colpire fino al 65% delle persone colpite da questo nuovo coronavirus.
Finora, i vaccini sembrano essere il modo migliore per prevenire il Long-Covid: riducono infatti il rischio di infezione da Sars-CoV-2, ma anche e soprattutto delle sequele che si potrebbero verificare in caso di infezione.
Diversi studi
hanno esaminato il legame fra vaccini e Long-Covid, in generale suggeriscono che la vaccinazione potrebbe ridurne il rischio di circa
la metà tra coloro che vengono infettati successivamente. Ad esempio, uno
studio, non ancora sottoposto a revisione paritaria, ha rilevato che la vaccinazione ha ridotto le possibilità di sviluppare il Long-Covid di circa il 41% in più di 3.000 partecipanti che avevano ricevuto 2 dosi di vaccino (AstraZeneca o Pfizer) che sono stati successivamente infettati dal virus.
Ma, per
Danny Altmann dell'Imperial College di Londra, questi risultati non sono sufficienti. "La metà non è un buon risultato" - dice -"Speravo che con il vaccino il Long-Covid sarebbe stato un ricordo del passato".
Oltre alla vaccinazione, non è chiaro se le terapie per la COVID-19 possano ridurre il rischio di Long-Covid.In teoria sì, per Altmann, in quanto questa condizione si verifica maggiormente in pazienti con sintomi più gravi. Tuttavia, è accertato che molte persone con infezione da Sars-CoV-2 asintomatica o quasi abbiano sviluppato sequele oltre i 2 mesi dalla guarigione.
Ora, alcuni studi clinici esaminano l'impatto dei farmaci antivirali sul Long-Covid.L o studio PANORAMIC, ad esempio, sta testando gli effetti del molnupiravir orale sulla gravita della Covid-19.Sebbene non sia l'obiettivo principale dello studio, i ricercatori raccoglieranno i dati dei partecipanti a tre e sei mesi dopo il trattamento, il che potrebbe determinare se il farmaco influisca sul rischio di Long-Covid. stesso modo, due studi su Paxlovid includeranno un follow-up di sei mesi dei partecipanti. Nelle prossime settimane, inoltre, potrebbero uscire i dati del braccio dell'Università di Helsinki dello studio "SOLIDARITY" dell'OMS, con il follow-up, di un anno sui partecipanti che sono stati ricoverati in ospedale con COVID-19 e trattati con il farmaco antivirale remdesivir. Sempre a breve, dallo stesso studio dell'OMS, potrebbero uscire i dati dei test sui farmaci infliximab e imatinib, in particolare relazione con l'infiammazione dei vasi sanguigni.
Altri studi sono in corso: ad esempio lo studio HEAL-COVID sta testando due farmaci che prendono di mira il sistema cardiovascolare nelle persone che sono state ricoverate in ospedale con COVID-19.Uno, chiamato apixaban, è un anticoagulante. L'altro, atorvastatina, è un farmaco ipo-colesterolemizzante pensato per ridurre l'infiammazione dei vasi sanguigni.
Un'altra ricerca, condotta all'Università di Chicago, nell'Illinois, indagherà il farmaco sirolimus - un farmaco immunosoppressore somministrato a volte nei trapianti d'organo - per indagare la fibrosi a lungo termine nei malati ex-Covid-19.
Per loro natura, studiare il Long-Covid richiede pazienza: il fatto che si necessiti di avere almeno 12 settimane per i risultati e la pressione che ricevono i ricercatori (publish or perish) nel pubblicare le ricerche può portare a piccoli studi con durate insufficienti che risultano in una maggior incertezza sul tema. Per gli esperti consultati da Nature, quindi, è necessario domare questa "ansia da risultato" per evitare di produrre risultati non statisticamente significativi.