
Tutti i dati sanitari di un italiano di mezz'età occupano un dischetto da 0,5 terabyte; le sequenze del suo Dna messe insieme occupano 6 terabyte; tutti i dati di salute presi con le app del suo telefonino giorno per giorno valgono 1200 terabyte. «I dati di salute che serviranno alla ricerca del futuro, quella che ci potrebbe tenere lontani dalle malattie, vengono dai nostri cellulari e non dalle cartelle cliniche e per processarli non basta il computer ordinario ma serve il computer quantico: l'uso di queste tecnologie porta a risultati impensabili, ad esempio a valutare i rischi di un paziente di ammalarsi molti anni prima che si concretizzino», spiega Luca Pani già dg Aifa e membro del Committee for medicinal products for human use (CHMP) dell'Agenzia Europea del farmaco (EMA), oggi professore di farmacologia presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. «Ma per fruire di questi vantaggi ci vuole un'apertura maggiore all'uso delle informazioni sulla nostra salute personale da parte delle grandi banche dati di ricerca».
Per sensibilizzare i cittadini sul tema, nasce BigData4Health, progetto di divulgazione scientifica che aiuta a capire limiti e vantaggi dell'uso massivo dei dati sensibili nel verificare e migliorare lo stato di salute della popolazione.
L'iniziativa a cura dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, dell'Accademia del Paziente Esperto Eupatie di Edra è stata presentata nei giorni scorsi in un web meeting con il Prof. Luca Pani, il Prof. Michele Zoli, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, la Presidente Eupati Dominique Van Doorne e il segretario Eupati avvocato Nicola Merlin.
La riservatezza dei dati sensibili dei cittadini (salute, religione, profilo genetico, orientamenti...), oggetto di maggiore tutela da parte dei governi e ora del General Data Protection Regulation Europeo, è tema spinoso. Come evidenzia Zoli, «c'è il rischio di dividere in due la società come per i vaccini, tra sostenitori di più apertura e "rigoristi". La radicalizzazione del confronto però si evita diffondendo la conoscenza su come avviene la raccolta e la conservazione dei dati nella ricerca, cosa che contiamo di fare con il progetto BigData4Health». L'avvocato Merlin pone un problema: come si concilia l'orientamento del regolamento sulla privacy dell'Unione Europea 2016/679 - GDPR di minimizzare l'uso dei dati sensibili con la necessità di sviluppare conoscenze a partire da quantità di dati enormi? Per avere trial clinici basati su dati solidi occorre che chi sviluppa uno studio acquisisca quei dati con un consenso e per un certo tempo. In America il consenso del paziente non pone limiti temporali e prelude a successivi, infiniti incroci dei suoi dati con quelli di altre banche dati. L'Europa, invece, nel GDPR ha raccolto molto della linea "precettiva" sulla privacy dei paesi continentali e solo qualcosa del pragmatismo anglosassone».
Pani ci offre un'idea di ciò che "ci stiamo perdendo" a partire dalla genomica, che negli Usa, in Israele, in Asia decolla. «In un giorno è possibile mappare il profilo genetico di una persona con le aree di rischio: di molti nostri geni sappiamo i tratti anche comportamentali cui sono correlati e le patologie cui ci espongono, e ne sapremo sempre di più; ciò ci consentirà di utilizzare la reverse technology che, a partire non solo dalle nostre patologie grandi e piccole ma persino da alcuni nostri atti quotidiani, ci consente di risalire a tratti genetici legati a rischi per la salute e di effettuare analisi predittive che un giorno ci eviteranno di diventare pazienti. Un'opportunità che l'Europa rischia di non cogliere».
Ma è vero che il cittadino europeo "medio" sarebbe orientato a fermare la ricerca in nome della riservatezza dei dati? «A parte che tutti i dati presenti nelle banche dati sono criptati, non è possibile ricondurli a identità precise e riconoscibili - precisa la Dottoressa Van Doorne - molti utenti, a una tutela acritica della propria privacy, preferirebbero corrette spiegazioni su come i loro dati sono utilizzati. Che non ci siano chiusure preconcette lo riscontriamo ogni giorno tenendo, con ottimi risultati, il corso di formazione annuale di Eupati. Un corso nato da un progetto di Ema e commissione europea: sentivamo il bisogno di formare i pazienti su cos'è lo sviluppo di un farmaco e di spiegare rischi e vantaggi della ricerca, i profili delle sperimentazioni, la verifica della correttezza delle fonti. I frequentatori del corso, in gran parte membri di associazioni di pazienti, hanno affrontato la pandemia senza cedere ai trabocchetti di certa informazione sul web, e più serenamente».