Attualità
02/02/2021

Il ruolo di Escherichia Coli nella genesi dell'infarto. Uno studio italiano ha fatto il punto. Intervista a Francesco Violi

C'è una possibile relazione tra Escherichia Coli, il batterio di origine prevalentemente intestinale, e l'infarto miocardico: ne parla il professor Francesco Violi, ordinario del Dipartimento di Scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari di Roma La Sapienza e direttore della I Clinica Medica del Policlinico Umberto I di Roma, in una intervista a Doctor33. Il professor Violi lo scorso anno ha guidato uno studio tutto italiano che ha dimostrato per la prima volta come l'Escherichia Coli circoli nel sangue dei pazienti con infarto e si concentri nel trombo coronarico favorendone l'insorgenza. I risultati sono stati pubblicati sullo European Heart Journal.

Il professor Violi parla dell'importanza di indagare l'asse intestino-cuore, nel quale poter individuare fattori nuovi che possono circolare nel sangue. «Questa può essere una svolta per identificare fattori che potrebbero andare a colpire il cuore», spiega Violi, che aggiunge: «per fare studi e scoperte di questo genere, la collaborazione ospedale- università è fondamentale: ci vuole una casistica che è fondamentale e fornita dagli ospedali. L'ambiente universitario da solo non ce la fa». «Attraverso questa scoperta abbiamo dimostrato in maniera indiretta che nei pazienti con infarto miocardico le maglie dell'intestino sono verosimilmente allargate e che da queste maglie passano dei batteri intestinali: dall'intestino arrivano quindi nel sangue elementi dannosi. Ci sono altri autori che hanno trovato altri germi di origine intestinale nei soggetti con infarto del miocardio. Sicuramente quello che noi abbiamo rilevato è che in questi casi ci sono endotossine (batteri) in concentrazioni più alte di quelle che ci sono in soggetti sani. Tra questi c'è Escherichia Coli. Il filone di ricerca ci permette di andare nella direzione di verificare se c'è questa permeabilità alterata e poi se ci sono altri elementi che ci permettono di capire il perché c'è questa permeabilità alterata. Ci vuole ancora tempo per arrivare a una molecola in grado di ridurre il rischio». Violi approfondisce poi qual è il ruolo del medico internista: «Dovremmo essere il primo livello per qualunque tipo di patologia. Siamo gli specialisti del vecchio medico di famiglia, in grado di gestire tutte le patologie; poi possiamo indirizzare il paziente ai colleghi specialisti. Questo perché la mentalità olistica permette di indirizzare il paziente nella giusta direzione. Anche nell'affrontare il tema Covid-19 non sono mai stati interpellati, durante le interviste, gli internisti, che avrebbero aiutato a spiegare alcuni aspetti, come le trombosi».
Poi conclude: «La professione negli anni è cambiata e migliorata. Abbiamo tecniche molto semplici che ci permettono di fare diagnosi più facilmente - conclude Violi -. Ciò che auspico è che la facoltà di Medicina aiuti i ragazzi a stare nei reparti di Medicina interna: è un passaggio importante sia per chi fa la specialistica sia per i medici di Medicina generale, che devono sapere come gestire i pazienti ospedalieri per avere una loro esperienza e portarla sul territorio».
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