Politica e Sanità

dic22016

Stress e burnout in emergenza-urgenza, Ruggieri (Simeu): numero di operatori non è sufficiente

Medici e infermieri che lavorano nei dipartimenti di emergenza urgenza sono sottoposti a elevati stress e rischi di burnout, ma poco si fa per alleviare queste sofferenze: non è solo una percezione comune, ma un fatto dimostrato da numerosi studi scientifici, di cui Subhashis Basu dell'università inglese di Sheffield ha fatto una metanalisi. L'Italia non fa eccezione e Maria Pia Ruggieri, presidente della Società italiana di emergenza urgenza (Simeu) distingue tra cause connaturate al tipo di attività e altre che invece potrebbero essere rimosse con interventi adeguati. «Gli operatori di questo settore, in pronto soccorso, in ospedale o sulle ambulanze, affrontano maggiori stress rispetto ad altre attività sanitarie; - premette Ruggieri - ci sono tante cose da fare contemporaneamente e in fretta, rapportandosi con pazienti, accompagnatori e altri operatori sanitari».

Ma c'è anche l'ormai famigerato affollamento dei pronto soccorso: «molti malati, in attesa che si liberi il posto per il ricovero in ospedale, sono a carico degli operatori del pronto soccorso, e il numero di operatori non è sufficiente per sobbarcarsi anche questo compito, che non sarebbe parte della loro funzione». Eppure, solo raramente si affrontano lo stress e il burnout di questi professionisti, ponendoci nei panni di chi svolge un lavoro così delicato e un servizio pubblico che deve essere garantito a tutti. La Simeu, nel congresso di quest'anno ha voluto ripetere l'esperienza di un corso precongressuale di formazione sulla mindfulness, una tecnica di aiuto per chi vive condizioni di particolare stress. «Ha avuto un grande successo - riferisce Ruggieri - con 1.360 iscritti e sicuramente ha prodotto degli effetti sugli operatori sanitari. Ma non basta: mentre cerchiamo di proporre strumenti per alleviare lo stress, sentiamo anche la necessità di colmare una lacuna scientifica. Sono pochi gli studi condotti con gli stessi criteri con cui si approfondiscono malattie organiche; ci sono iniziative locali, per esempio in Piemonte c'è un gruppo che si occupa di questo e la nostra intenzione è prenderne spunto per farne uno studio nazionale».


Renato Torlaschi
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