Con la crescente carenza di medici di famiglia e l'aumento della domanda di assistenza, sempre più Paesi stanno affidando parte delle attività delle cure primarie a infermieri, farmacisti e altri professionisti sanitari. Ma fino a che punto è possibile redistribuire competenze senza snaturare il ruolo del medico di medicina generale? È il tema che ha animato uno dei dibattiti più seguiti del 30° Congresso Wonca Europe, svoltosi a Parigi, dove due visioni del futuro delle cure primarie si sono confrontate apertamente: da un lato chi ritiene inevitabile un'organizzazione fondata su team multiprofessionali, dall'altro chi avverte che alcune competenze restano proprie del medico e non possono essere delegate senza ripercussioni sulla sicurezza dei pazienti. A sostenere il primo approccio è stato Nicolas Senn, medico di famiglia e direttore del Dipartimento di Medicina di famiglia dell'Università di Losanna. Secondo Senn, il tema non è tanto delegare singole attività quanto ripensare il modello organizzativo delle cure primarie. "Il futuro sta nella collaborazione interprofessionale e nel lavoro di squadra", ha spiegato. "Non si tratta solo di delegare, ma di ridefinire la nostra identità, il nostro ruolo e il nostro modo di lavorare".
In questa prospettiva il medico di famiglia dovrebbe concentrarsi sulle attività a maggiore valore clinico - formulare diagnosi, interpretare quadri complessi e definire il percorso terapeutico - mentre altre funzioni, come educazione sanitaria, prevenzione e alcuni aspetti organizzativi dell'assistenza, potrebbero essere affidate ad altri professionisti adeguatamente formati. Secondo Senn, la letteratura scientifica mostra che i team multiprofessionali possono migliorare l'esperienza dei pazienti, il benessere degli operatori e diversi indicatori di processo. Inoltre, di fronte alla progressiva riduzione del numero di medici di medicina generale in molti Paesi europei, questa evoluzione appare, a suo giudizio, inevitabile. "La scelta non è se delegare o meno", ha affermato. "Se non costruiamo noi questi modelli organizzativi, saranno altri a imporceli. E, se continueremo a opporci, l'unica vera delega sarà all'intelligenza artificiale".
Di segno opposto la posizione di Peter Holden, vicepresidente dell'Unione europea dei medici di medicina generale (UEMO) ed esponente della British Medical Association. Per Holden la medicina generale non può essere ridotta a una somma di procedure trasferibili ad altre professioni. "La medicina generale non è un esercizio tecnico", ha sostenuto. "Significa prendere decisioni complesse, gestire rischi multipli e farlo spesso disponendo di informazioni incomplete. Questa capacità appartiene alla formazione e all'esperienza del medico".
Holden ha richiamato l'esperienza del Regno Unito, dove negli ultimi anni numerose attività sono state affidate ad altri professionisti sanitari. Una scelta motivata soprattutto dalla necessità di rispondere alla carenza di personale e di contenere i costi che, secondo il medico britannico, avrebbe però contribuito anche a errori diagnostici e a eventi avversi evitabili. Dal confronto è emerso comunque un punto condiviso: il nodo non è tanto la collaborazione tra professionisti, ormai considerata indispensabile, quanto la definizione dei confini delle rispettive responsabilità. Comunicazione, governance dei team, formazione e chiarezza dei ruoli sono stati indicati come elementi essenziali affinché modelli multiprofessionali possano funzionare senza compromettere qualità e sicurezza dell'assistenza. Nel contesto italiano, che opera in un sistema ancora fortemente centrato sulla figura del medico di base, il confronto emerso a Parigi anticipa sfide organizzative e identitarie che difficilmente resteranno confinate ai convegni internazionali.