Nuovi dati prospettici a lungo termine mostrano che nei pazienti con epatite B cronica trattati con analoghi nucleos(t)idici ad alta barriera genetica, il rischio di carcinoma epatocellulare (HCC) rimane presente anche dopo oltre un decennio di terapia, sebbene con un’incidenza significativamente ridotta rispetto ai primi anni di trattamento. È quanto emerge dall’analisi estesa della coorte PAGE-B, uno dei principali studi europei di follow-up sui pazienti con epatite B cronica trattati con entecavir o tenofovir.
Gli analoghi nucleos(t)idici rappresentano oggi il cardine della terapia antivirale dell’epatite B cronica grazie alla loro elevata efficacia nel sopprimere la replicazione virale e alla ridotta probabilità di sviluppo di resistenze. Tuttavia, il trattamento raramente porta alla perdita dell’antigene di superficie dell’epatite B (HBsAg), considerata un indicatore di controllo funzionale dell’infezione, e il rischio di complicanze epatiche a lungo termine, in particolare il carcinoma epatocellulare, non viene completamente eliminato.
Lo studio ha incluso 1.644 pazienti con epatite B cronica trattati con entecavir o tenofovir nell’ambito della coorte PAGE-B. Dei partecipanti iniziali, 903 hanno raggiunto un follow-up superiore ai 10 anni, con una durata media di osservazione di 14. L’analisi ha valutato l’incidenza cumulativa di carcinoma epatocellulare, mortalità, trapianto epatico e perdita di HBsAg, identificando inoltre i fattori associati agli esiti clinici a lungo termine.
Nel corso del follow-up, l’incidenza cumulativa di carcinoma epatocellulare è risultata pari al 10,9% a 10 anni e al 13,2% a 15 anni. Tuttavia, il tasso di incidenza ha mostrato una riduzione significativa dopo il decimo anno di terapia: da 1,25 casi per 100 persone-anno nel periodo iniziale a 0,55 casi per 100 persone-anno successivamente.
Nonostante la diminuzione del rischio nel tempo, il carcinoma epatocellulare continua a rappresentare il principale determinante degli esiti sfavorevoli. Lo sviluppo di HCC e la conta piastrinica basale sono risultati fattori associati alla sopravvivenza libera da morte correlata alla malattia epatica o trapianto. Anche l’età e la presenza di diabete sono emerse come variabili associate a una prognosi sfavorevole.
Per quanto riguarda gli eventi più gravi, il tasso di morte o trapianto epatico non ha mostrato differenze statisticamente significative tra il periodo precedente e quello successivo al decimo anno di terapia. Analogamente, l’incidenza di morte correlata alla malattia epatica o trapianto è rimasta sostanzialmente stabile, suggerendo che, una volta ottenuta una soppressione virale prolungata, il rischio di progressione clinica tende a ridursi ma non viene completamente annullato.
Un altro elemento rilevante dello studio riguarda la perdita dell’HBsAg. La probabilità cumulativa di perdita dell’antigene di superficie è risultata dell’8,3% a 10 anni e del 14,3% a 15 anni. La perdita di HBsAg è risultata più probabile nei pazienti di età maggiore e in quelli che presentavano positività iniziale per HBeAg, suggerendo un possibile ruolo delle caratteristiche immunologiche e della fase iniziale dell’infezione.
I risultati confermano quindi queste terapie modificano profondamente la storia naturale dell’epatite B cronica, ma non eliminano completamente il rischio oncologico.
Sebbene la perdita dell’HBsAg aumenti con la durata della terapia, la sua frequenza rimane bassa, evidenziando la necessità di nuove strategie terapeutiche capaci di ottenere una remissione funzionale più frequente e duratura dell’infezione. L’identificazione di fattori predittivi come età, diabete, conta piastrinica e caratteristiche virologiche iniziali potrebbe contribuire a una stratificazione più precisa del rischio e a strategie di follow-up personalizzate.
Nel complesso, questi dati rafforzano il ruolo della terapia antivirale continuativa nei pazienti con epatite B cronica, ma sottolineano anche l’importanza di un approccio integrato che includa sorveglianza oncologica, controllo dei fattori metabolici e monitoraggio individualizzato del rischio epatico a lungo termine.