Non ci sono al momento segnali che il focolaio di Hantavirus collegato alla nave da crociera MV Hondius possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria più ampia, ma il monitoraggio internazionale resta elevato. A fare il punto è stato il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, intervenendo alla 79ª Assemblea Mondiale della Sanità in corso a Ginevra. “Allo stato attuale delle cose non vi è alcun segno che si stia assistendo all’inizio di un focolaio più esteso”, ha affermato Tedros, precisando però che “la situazione potrebbe cambiare” e invitando i Paesi coinvolti a mantenere alta la sorveglianza su passeggeri ed equipaggio. Secondo l’Oms, finora sono stati segnalati 11 casi e tre decessi, con l’ultimo caso registrato il 2 maggio. Un dato che, secondo l’agenzia Onu, induce a un cauto ottimismo perché i numeri “sono cambiati poco” nelle ultime due settimane.
Il cluster internazionale è legato alla nave da crociera MV Hondius, arrivata nei giorni scorsi a Rotterdam, dove l’equipaggio resterà in quarantena fino al 29 giugno. L’episodio ha coinvolto diversi Paesi: il Sudafrica è stato il primo a confermare la presenza dell’Hantavirus, mentre Spagna, Argentina, Cile, Capo Verde e Paesi Bassi hanno collaborato nella gestione sanitaria e nelle indagini epidemiologiche. Parallelamente, i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi hanno adottato misure più restrittive. Diciotto passeggeri americani rimpatriati dalla nave sono stati invitati a rimanere nella struttura di quarantena del Nebraska fino al 31 maggio, mentre per due di loro è stato emesso un ordine di quarantena obbligatoria ai sensi del Public Health Service Act. Dopo lo sbarco della nave a Tenerife il 10 maggio, sono stati inoltre identificati tre nuovi casi: uno in Francia, uno in Spagna e uno in Canada. Secondo i Cdc, il rischio di pandemia resta comunque “estremamente basso” e nessun caso è stato confermato negli Stati Uniti. Al centro dell’attenzione c’è l’Andes virus, un particolare tipo di Hantavirus associato al focolaio. A differenza degli altri Orthohantavirus, trasmessi principalmente dai roditori all’uomo attraverso l’inalazione di particelle virali presenti in ambienti contaminati, l’Andes virus è l’unico per cui siano state documentate, in condizioni specifiche di contatto stretto e prolungato, possibili catene di trasmissione interumana.
A richiamare l’attenzione sull’importanza della diagnosi precoce è l’Associazione Microbiologi Clinici Italiani. “Eventi di questo tipo evidenziano quanto sia determinante la capacità di riconoscere rapidamente quadri clinici non comuni e di attivare percorsi diagnostici appropriati”, sottolinea Tiziana Lazzarotto, responsabile del Centro di riferimento regionale per la diagnosi di Hantavirus dell’Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Gli esperti ricordano che il periodo di incubazione può durare diverse settimane e che i sintomi iniziali sono spesso aspecifici, rendendo più complesso il riconoscimento precoce dei casi. “Non ci sono elementi che suggeriscano scenari di diffusione comunitaria assimilabili a quelli dei comuni virus respiratori”, precisa Pierangelo Clerici. “Ma un evento come questo dimostra quanto infezioni apparentemente circoscritte possano richiedere rapidamente attenzione e coordinamento internazionale”.
Anche in Italia il tema è sotto osservazione. Il Ministero della Salute ha attivato un progetto dedicato allo sviluppo di un sistema di sorveglianza integrata dell’infezione da Hantavirus. Secondo Amcli, rafforzare le reti di laboratorio e la preparedness resta essenziale per affrontare minacce infettive emergenti che “non conoscono confini”. Nel suo intervento a Ginevra, Tedros ha utilizzato proprio il caso Hantavirus, insieme alla recente epidemia di Ebola, per ribadire il ruolo della cooperazione sanitaria globale: “Le epidemie delle ultime settimane dimostrano perché il mondo abbia bisogno del Regolamento sanitario internazionale e dell’Oms”.