Dopo i timori legati ai casi sospetti di Hantavirus in Italia, tutti risultati poi negativi agli accertamenti virologici, gli esperti invitano a mantenere alta l’attenzione ma senza allarmismi. "Non siamo nella situazione del febbraio 2020", chiarisce ai microfoni di Sanità33 Matteo Riccò, coordinatore del Gruppo di lavoro "Salute e Sicurezza occupazionale" della Società Italiana d’Igiene e dirigente medico del Servizio PSAL dell’Ausl Irccs di Reggio Emilia, facendo il punto sull’evoluzione del focolaio legato al virus Andes. "Possiamo tirare un bel sospiro di sollievo, ma abbassare il livello di attenzione no", spiega Riccò. "Dobbiamo rimanere vigili e seguire con attenzione l’evoluzione della vicenda". L’esperto ricorda che gli Hantavirus hanno caratteristiche molto diverse rispetto ai virus respiratori più noti: "Hanno una latenza lunghissima. Dall’infezione alla comparsa dei sintomi possono passare dai 21 ai 42 giorni". Un elemento che impone cautela nell’interpretazione dei casi sospetti e dei possibili contatti.
Secondo Riccò, però, il quadro attuale resta rassicurante. "Il rischio zero non esiste, ma oggi ci troviamo in una situazione di rischio basso", sottolinea, invitando a non confondere la normale circolazione di infezioni stagionali con scenari pandemici. "In questo periodo dell’anno è normale che chi viaggia possa sviluppare febbricola o infezioni virali comuni. Serve attenzione, ma con calma". Uno dei nodi principali riguarda la diagnosi. A differenza del Covid-19, spiega l’esperto, i tamponi naso-faringei non rappresentano lo strumento ideale per individuare il virus Andes. "Questo virus ha una biologia completamente diversa. Il suo recettore si trova soprattutto nel microcircolo polmonare, quindi è molto più difficile intercettarlo nelle vie respiratorie superiori". I test più affidabili sono quelli effettuati sul sangue, attraverso la ricerca di anticorpi specifici oppure dell’RNA virale durante la fase ematica dell’infezione. Riccò sottolinea che l’Italia dispone delle competenze necessarie per affrontare eventuali casi, anche grazie a centri di riferimento come Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani. "Non siamo davanti a un virus sconosciuto: il primo focolaio documentato risale al 1996 e in Argentina e Cile sono stati registrati migliaia di casi". Il vero possibile collo di bottiglia, spiega, riguarda piuttosto la disponibilità di reagenti e strumenti diagnostici qualora si rendesse necessario processare un numero elevato di campioni.
Sul fronte epidemiologico, l’esperto invita anche a contestualizzare il virus Andes. "È un virus della povertà", osserva, ricordando che il serbatoio naturale sono i roditori che infestano soprattutto ambienti rurali e socioeconomicamente svantaggiati. Questo avrebbe storicamente limitato anche l’interesse commerciale nello sviluppo di test e vaccini specifici. Una delle notizie più rassicuranti arriva però dalle prime sequenze genetiche disponibili. "Il ceppo coinvolto sembra appartenere a una linea meno adattata alla trasmissione interumana", spiega Riccò. "Le varianti più diffuse tra esseri umani osservate in Argentina sono diverse da quella coinvolta in questo focolaio". Secondo l’esperto, è probabile che il caso iniziale sia nato da uno spillover, cioè dal passaggio diretto dal roditore all’uomo.
Quanto ai vaccini, la ricerca non parte da zero. "Da anni si lavora sugli Hantavirus, anche perché esistono ceppi diffusi pure in Europa", ricorda Riccò. Le piattaforme a mRNA potrebbero facilitare lo sviluppo di nuovi vaccini, ma resta aperto il nodo degli investimenti. "La domanda è se, finita questa fase di attenzione globale, i governi saranno davvero disposti a investire miliardi per proteggere popolazioni fragili e categorie lavorative spesso trascurate". L’esperto conclude con un monito: "Con il Covid ci è andata bene anche perché esistevano già prototipi vaccinali su cui lavorare. Se in futuro Andes virus dovesse mutare ulteriormente e acquisire un reale potenziale pandemico, oggi non saremmo ancora pronti".
Anna Capasso