Intercettare precocemente i segnali dell’encefalopatia epatica e rafforzare il raccordo tra medicina generale, specialistica e territorio. Sono stati tra i temi al centro del convegno “Oltre il sintomo, la persona. Riconoscere l’encefalopatia epatica e ripensare diagnosi, presa in carico, sostegno ai pazienti”, svoltosi il 13 maggio a Roma.
Secondo Ignazio Grattagliano, vicepresidente nazionale SIMG – Società Italiana di Medicina Generale, il medico di medicina generale ha un ruolo centrale nell’individuazione precoce dei pazienti a rischio.
“I sintomi che possono indurre il medico di famiglia a sospettare il rischio di un’encefalopatia epatica possono essere cambiamenti dell’umore sia verso una forma depressiva, sia verso una forma di irritabilità e ansia, lieve stato confusionale, disturbi della memoria e disorientamento”, spiega Grattagliano. “A questi si possono associare un’incertezza nei movimenti, comparsa di tremori fini alle mani e sonnolenza”.
Nel documento preparatorio del convegno viene sottolineato come il quadro clinico possa essere sottovalutato, soprattutto nelle fasi iniziali. “Spesso questa sindrome non viene intercettata al suo esordio, generando un notevole sommerso clinico”, osserva Grattagliano, che richiama anche l’emergere delle cirrosi metaboliche accanto alle forme infettive e alcoliche.
Per la Simg, il medico di famiglia deve rivalutare rapidamente il quadro clinico del paziente e coinvolgere anche caregiver e familiari. “Il medico deve ‘fermare il tempo’, nel senso che deve riesaminare tutta la situazione generale e sottoporre il paziente a ulteriori accertamenti di laboratorio”, afferma Grattagliano. In caso di sospetto confermato, il paziente deve essere inviato allo specialista epatologo.
Sul fronte organizzativo, Andrea Montagnani, presidente nazionale FADOI – Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, richiama l’attenzione sulla fase post-dimissione e sulla continuità assistenziale. “La post-dimissione viene indicata come uno dei passaggi più sensibili e fragili del continuum della cura”, sottolinea in occasione dell’evento.
Secondo Montagnani, per i pazienti con encefalopatia epatica è necessario un monitoraggio ravvicinato già nelle prime settimane dopo il rientro a domicilio. “Una transizione appropriata dall’ospedale al territorio può ridurre le ricadute di questa complicanza”, osserva il presidente FADOI. Il modello indicato punta su una stretta collaborazione tra medicina interna ospedaliera e medicina generale territoriale, con percorsi condivisi e ambulatori dedicati alle patologie croniche.
Fadoi segnala inoltre una carenza diffusa di competenze epatologiche sul territorio. Per questo la Federazione ha avviato una Scuola di Epatologia rivolta agli internisti ospedalieri. “L’obiettivo è aumentare le conoscenze e le competenze negli ambulatori già esistenti e aprirne altri dedicati alle malattie del fegato”, spiega Montagnani.