Libro bianco diabete e rischio cardiovascolare
Diabetologia
05/11/2025

Diabete e rischio cardiovascolare, Buzzetti (Sid): “Il diabetologo è il primo a poter prevenire la malattia cardiorenale”

La presidente Sid spiega come il Libro Bianco punti a superare l’approccio glucocentrico, promuovendo una prevenzione cardio-reno-metabolica integrata e uniforme sul territorio nazionale

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“Il diabetologo è il primo specialista che può prevenire la malattia cardiorenale.” Con questa affermazione Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid), sintetizza il messaggio centrale del Libro bianco per la gestione della persona con diabete mellito e ipercolesterolemia a rischio cardiovascolare molto alto: trattare per prevenire, edito Edra, del cui board scientifico ha fatto parte.

Secondo Buzzetti, il documento “sposta il baricentro dalla sola riduzione della glicemia a una prevenzione cardio-reno-metabolica a 360 gradi”, riconoscendo al diabetologo un ruolo di “case manager del rischio”, responsabile della valutazione complessiva del paziente, della personalizzazione terapeutica e della gestione integrata delle complicanze.

Stratificazione del rischio: competenze presenti, mancano strumenti

La presidente Sid riconosce che la stratificazione del rischio cardiovascolare non è ancora applicata in modo uniforme nei centri di diabetologia. “Il problema non è clinico ma organizzativo e informatico. Abbiamo tutti i dati per calcolare il rischio – pressione, lipidi, glicemia, filtrato glomerulare – ma mancano strumenti digitali integrati che consentano di ottenere rapidamente uno score numerico”, spiega.

Una soluzione immediata, propone, sarebbe automatizzare il calcolo dello score (come Score2 Diabetes) all’interno delle cartelle informatizzate dei centri. “Il sistema potrebbe recuperare in tempo reale i dati e restituire l’indicazione di rischio, evitando perdite di tempo e disomogeneità”, osserva.

Per Buzzetti occorre inoltre rendere obbligatoria la valutazione del rischio nella checklist minima della visita diabetologica e rafforzare la formazione pratica dei clinici. “Molti conoscono lo score ma non lo utilizzano in chiave terapeutica. Servono micro-formazioni per tradurre il risultato in scelte farmacologiche appropriate, ad esempio per la riduzione dell’LDL o l’introduzione di farmaci cardioprotettivi.”

Audit trimestrali e indicatori di processo – percentuali di pazienti valutati, trattati e a target – completano, secondo Sid, il percorso di implementazione. “Solo così potremo misurare l’impatto reale della stratificazione sulla qualità dell’assistenza”, afferma Buzzetti.

Disuguaglianze regionali e PDTA non omogenei

La presidente richiama poi l’attenzione sulle disuguaglianze territoriali nell’applicazione dei PDTA e nell’accesso ai farmaci innovativi. “L’eterogeneità regionale è nota, ma va superata definendo standard nazionali minimi nei percorsi di cura”, dichiara.

Buzzetti indica obiettivi condivisi come i target di LDL (<55 mg/dl o <40 mg/dl in base al rischio) e la sequenza terapeutica prevista dalle linee guida (statina intensiva, ezetimibe, inibitore PCSK9 se non a target). “Serve un capitolato nazionale che garantisca a tutte le diabetologie l’accesso agli stessi farmaci”, aggiunge.

La Sid propone inoltre la creazione di un registro nazionale della dislipidemia, con indicatori di processo ed esito per valutare il raggiungimento dei target lipidici e il monitoraggio delle complicanze.

Per la presidente Sid è indispensabile sviluppare percorsi intersocietari tra diabetologi, cardiologi e internisti. “La prevenzione cardiovascolare è parte integrante della cura del diabete. La stratificazione del rischio e le terapie cardioprotettive devono entrare nei PDTA di tutti i pazienti, ovunque si trovino”, conclude Buzzetti.


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