“Un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio sanitario nazionale”. Con queste parole Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha presentato alla Camera dei Deputati l’8° Rapporto Gimbe sullo stato del SSN, che fotografa una situazione di progressivo definanziamento e crescenti disuguaglianze territoriali e sociali. Nonostante nel triennio 2023-2025 il Fondo sanitario nazionale sia cresciuto nominalmente di 11,1 miliardi di euro – passando da 125,4 a 136,5 miliardi – l’aumento è stato eroso da inflazione e costi energetici. In termini reali, la quota di spesa sanitaria sul PIL è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% nel 2023, e al 6,1% nel 2024-2025. “Dietro la crescita in valore assoluto – avverte Cartabellotta – si nasconde un definanziamento costante: alla sanità sono stati sottratti 13,1 miliardi”. Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025 prevede una spesa sanitaria stabile al 6,4% del PIL fino al 2028, ma la Legge di Bilancio racconta un’altra storia: la quota reale scenderebbe fino al 5,8%. Un divario che, se non colmato, scaricherà sui bilanci regionali fino a 13,4 miliardi di euro di mancati fondi entro il 2028, costringendo le Regioni a tagliare i servizi o ad aumentare la pressione fiscale.
La spesa sanitaria complessiva ha raggiunto nel 2024 i 185 miliardi, di cui 47,6 miliardi privati: ben 41,3 miliardi direttamente pagati dalle famiglie. Il fenomeno delle rinunce alle cure è esploso: oltre 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a prestazioni sanitarie, con picchi del 17,7% in Sardegna. “Un dato drammatico – sottolinea Cartabellotta – che segna la frattura del patto tra cittadini e istituzioni”. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (LEA). Le restanti, in particolare del Mezzogiorno, restano sotto la soglia minima: Sicilia, Calabria, Basilicata, Sardegna e Molise risultano inadempienti. La mobilità sanitaria – cioè i viaggi dei pazienti per curarsi altrove – vale oltre 5 miliardi di euro, con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto che raccolgono il 94% del saldo attivo, mentre il Sud accumula deficit pesanti. Il divario si traduce anche in aspettativa di vita: nel 2024 la media nazionale è di 83,4 anni, ma oscilla dagli 84,7 anni della Provincia di Trento agli 81,7 della Campania. “Un gap di tre anni che fotografa l’iniquità territoriale della sanità italiana”, commenta il presidente Gimbe.
La crisi del pubblico apre la strada ai soggetti privati, che oggi rappresentano oltre il 58% delle strutture sanitarie italiane. Prevalgono in assistenza residenziale (85%), riabilitativa (78%) e specialistica ambulatoriale (60%). Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie nel “privato puro” è aumentata del 137%, mentre quella nel privato accreditato del 45%. “Un mercato sanitario parallelo – denuncia Cartabellotta – sempre più riservato a chi può permetterselo”.
Secondo i dati Ocse, l’Italia è seconda in Europa per numero di medici (5,4 ogni 1.000 abitanti), ma penultima per infermieri (6,5 per 1.000 contro una media Ocse di 9,5). Nel 2023 gli infermieri dipendenti del SSN erano 277 mila, con forti disparità territoriali: si passa da 3,5 per 1.000 abitanti in Sicilia a 6,8 in Liguria. Il problema, aggiunge Gimbe, non è la carenza di medici ma la loro fuga dal pubblico, attratti dal privato o dall’estero, mentre l’interesse per la professione infermieristica crolla: nel 2025-2026 il rapporto domande/posti al corso di laurea è sceso sotto 1.
Gravi ritardi anche per il PNRR Salute: su 1.723 Case della Comunità programmate, solo 218 (12,7%) hanno tutti i servizi attivi, e appena 46 (4,4%) dispongono di personale medico e infermieristico. Situazione analoga per gli Ospedali di Comunità, dove solo un quarto delle strutture è operativo. Le criticità riguardano anche il Fascicolo sanitario elettronico, disponibile in modo completo solo in alcune Regioni e con un’adesione dei cittadini ferma al 42%. “Il futuro del Servizio sanitario nazionale – conclude Cartabellotta – dipende da una scelta politica netta: considerare la salute un investimento o continuare a trattarla come un costo da comprimere”. La Fondazione propone un Piano di rilancio basato su tre pilastri: un patto politico, che superi gli interessi di parte e riconosca la sanità pubblica come infrastruttura democratica; un patto sociale, che renda i cittadini consapevoli del valore del SSN e un patto professionale, per ridare dignità e motivazione agli operatori. “Il SSN è un bene comune, non un lusso da pochi. Senza un’inversione di rotta – avverte Gimbe – rischiamo di lasciare in eredità strutture vuote, personale demotivato e un sistema sanitario pubblico in via di estinzione”.