In Italia è stato segnalato il primo caso di Mpox (noto anche come vaiolo delle scimmie) dovuto al clade Ib Mpxv, una variante che preoccupa per la sua maggiore trasmissibilità e mortalità: si tratta di un uomo italiano adulto con una recente storia di viaggio in Tanzania.
La notizia conferma come il virus continui a circolare soprattutto nell’Africa orientale e centrale, dove la trasmissione di questo clade del virus pur “rimanendo limitata, merita massima attenzione”. A riferirlo è l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel suo 54° rapporto sulla situazione dell’epidemia multinazionale, che aggiorna il quadro globale al 31 maggio e si concentra in particolare sull’andamento della malattia nel continente africano fino al 22 giugno.
La notizia arriva in un contesto in cui l’allarme sanitario globale per il Mpox è stato nuovamente confermato dall’Oms. Lo scorso giugno, il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha annunciato che la malattia continua a rappresentare un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (Pheic), aggravata dal fatto che – nel solo 2024 – si sono registrati oltre 6.800 casi e 16 decessi in 49 Paesi, con un tasso di letalità dello 0,2%.
L’attenzione scientifica si è recentemente focalizzata sulla variante clade I, di cui il clade Ib è un sottogruppo. Il virus mpox causa un’eruzione cutanea distintiva e sintomi simili all’influenza. Si trasmette principalmente tramite contatto diretto con le lesioni cutanee; quindi, i pazienti devono evitare contatti fino alla completa guarigione. Le lesioni cambiano notevolmente nel tempo e variano da paziente a paziente, rendendo difficile capirne la contagiosità e l’evoluzione clinica.
Un nuovo studio, pubblicato su Science Translational Medicine, ha ora identificato un potenziale biomarcatore per prevedere la gravità della malattia: la quantità di virus nel sangue al momento della comparsa delle lesioni cutanee. Analizzando dati del periodo 2007–2011 in pazienti infetti da clade Ia nella Repubblica Democratica del Congo (tra le nazioni più colpite dalla malattia), i ricercatori hanno correlato i livelli virali ematici iniziali all’evoluzione clinica. Un valore soglia di circa 40.000 copie virali/mL è risultato un cut-off discriminante per identificare i pazienti con decorso lieve da quelli con sintomi severi e persistenti.
“I nostri risultati indicano che i pazienti si dividono naturalmente in due gruppi distinti: quelli con forme lievi che guariscono rapidamente, e quelli con sintomi gravi in cui le lesioni persistono per settimane” ha spiegato il prof. Shingo Iwami, co-autore dello studio. “Combinando modellazione matematica e apprendimento automatico, abbiamo identificato una soglia precisa che predice in modo affidabile il gruppo di appartenenza del paziente. Il gruppo con carica virale elevata tende a sviluppare sintomi prolungati e potenzialmente un periodo di infettività più esteso”.
Queste evidenze scientifiche potrebbero rivelarsi cruciali anche per affrontare la sfida rappresentata dal Mpox, la cui presenza in Europa e in Italia apre nuovi scenari epidemiologici. I ricercatori intendono ora applicare lo stesso approccio al sottogruppo Ib, con l’obiettivo di affinare strategie di triage e potenziare la risposta sanitaria, soprattutto nei pazienti considerati a più alto rischio. In un momento in cui l’epidemia continua a evolversi, strumenti predittivi come questo potrebbero rivelarsi essenziali per contenere la diffusione del virus e ridurre l’impatto clinico sui pazienti più vulnerabili.