L’uso di denominazioni geografiche per virus e varianti – come “virus cinese” o “variante indiana” – alimenta stigma, disinformazione e reazioni discriminatorie che persistono anche dopo l’adozione di termini scientificamente neutri. È quanto evidenzia uno studio pubblicato sul Journal of Science Communication (JCOM) da Lucy Campbell e colleghi, basato su un’analisi della copertura mediatica australiana durante l’emergere delle varianti del SARS-CoV-2.
Il lavoro prende in esame il periodo a cavallo tra la comunicazione ufficiale dell’OMS del 31 maggio 2021, in cui venne introdotta la nuova nomenclatura con lettere greche (Alfa, Beta, Delta, ecc.), e le settimane precedenti e successive. L’obiettivo era valutare se il cambiamento terminologico avesse effettivamente ridotto l’uso di riferimenti geografici nella stampa e, soprattutto, se avesse attenuato lo stigma associato.
Prima dell’annuncio OMS, circa il 70% degli articoli utilizzava riferimenti geografici per le varianti del virus. Dopo l’introduzione dei nomi greci, questi sono comparsi nel 70% dei testi analizzati, indicando una transizione rapida sul piano lessicale. Tuttavia, lo studio rileva che i riferimenti a luoghi e nazionalità continuavano a comparire all’interno degli articoli, spesso associati a frame di minaccia o responsabilità.
“Anche quando il nome greco veniva adottato nei titoli – spiega Campbell – l’attribuzione geografica e il tono stigmatizzante rimanevano nei testi. Questo mostra che cambiare il nome non è sufficiente a rimuovere l’effetto di inquadramento già attivato nei primi momenti della crisi”.
Il caso australiano è stato scelto come studio rappresentativo per via della sua rapida adesione alle raccomandazioni OMS. Tuttavia, l’autrice sottolinea che la riflessione è valida su scala globale. L’Italia, tra i primi Paesi colpiti nella fase iniziale della pandemia, ha registrato episodi di discriminazione nei confronti della comunità cinese quando ancora il virus veniva chiamato “di Wuhan” o “cinese” nei media generalisti.
Lo studio conclude che l’adozione di una nomenclatura neutra e scientifica deve essere parte integrante della risposta pandemica fin dalle prime fasi, come elemento strutturale dei piani di comunicazione. “Non è sufficiente correggere a posteriori – scrive l’autrice –. Serve prevenzione anche nella comunicazione, per evitare dinamiche discriminatorie che possono danneggiare la risposta sanitaria e sociale alla crisi”.