Europa e Mondo
Influenza aviaria
10/06/2024

Aviaria, primo caso umano in Australia. Oms: rischio resta basso

Il rischio per la popolazione generale resta al momento 'basso', ribadisce l'Organizzazione mondiale della sanità; tuttavia, cresce l'allerta globale per la segnalazione di nuovi casi di influenza aviaria. L’ultimo caso umano di aviaria è stato registrato in Australia, finora 'indenne'

aviaria

Primo caso umano di influenza aviaria in Australia. Lo comunica l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), precisando che si tratta di una bambina di due anni e mezzo le cui condizioni di salute, dopo il ricovero in ospedale a Melbourne, sono buone. Questa, spiega l'Oms, è la prima infezione umana confermata causata dal virus dell'influenza aviaria A (H5N1) rilevata e segnalata dall'Australia. Il rischio per la popolazione generale resta al momento 'basso', ribadisce però l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), tuttavia cresce l'allerta globale per la segnalazione di nuovi casi di influenza aviaria A-H1N1 nell'uomo con la possibilità che il virus inneschi, con un salto di specie, il contagio interumano. In Italia, dove ad oggi non si registrano infezioni nell'uomo, manca al momento un piano pandemico aggiornato. Ii merito al primo caso in Australia, sebbene la fonte di esposizione al virus "sia attualmente sconosciuta, l'esposizione per la bambina - precisa l'Oms - probabilmente è avvenuta in India, dove aveva viaggiato e dove il virus è stato rilevato in passato negli uccelli". La bimba, si precisa, non aveva tuttavia avuto "alcun contatto noto con persone o animali malati mentre era in India".

Il fatto che la piccola non abbia avuto contatto diretto con animali infetti afferma all'ANSA Gianni Rezza, professore di Igiene all'Università San Raffaele di Milano e già direttore della Prevenzione al ministero della Salute, "alza sicuramente il livello di preoccupazione. I casi umani da virus A-H1N1, infatti, ci sono da anni, ma il contagio è sempre avvenuto da animali. Invece, la trasmissione interumana è stata rarissima. Il caso più evidente fu nel 2006 a Sumatra dove una donna infettò 6 membri della famiglia e uno di questi infettò un'altra persona, ma il focolaio fu limitato. Da allora i casi interumani sono stati molto rari perché il virus non si è ad oggi adattato all'uomo al punto da trasmettersi da individuo a individuo con il pericolo di una pandemia. Anche nel caso dell'uomo infettato di recente in Messico dal ceppo diverso A-H5N2, non si riportano contatti con animali infetti: sono casi sporadici ma da non sottovalutare". Finora, ricorda l'esperto, è stato confermato il salto del virus dagli uccelli, che ne sono il primo serbatoio, in alcuni mammiferi, felini, cetacei, visoni, nelle mucche e ultimamente anche nei topi. "Ovviamente l'allerta è maggiore quando l'animale vettore del virus è maggiormente a contatto con l'uomo, come nel caso delle mucche infette negli allevamenti in Usa".

Le infezioni da influenza aviaria negli esseri umani possono causare da lievi disturbi del tratto respiratorio a malattie più gravi e letali. Dal 2003 al 22 maggio 2024, sono stati segnalati all'Oms da 24 paesi 891 casi di infezioni umane da virus A-H5N1, inclusi 463 decessi. L'infezione umana ha dunque un alto tasso di mortalità. Al momento però, precisa Rezza, "non c'è allarme perché non c'è evidenza della trasmissione interumana del virus, ma certamente desta preoccupazione il fatto che circolino vari virus aviari in animali ai quali l'uomo è esposto ed il fatto che abbiamo dei casi in cui l'esposizione non è ricondotta ad un contatto diretto con l'animale infetto. Fondamentale, dunque, è monitorare, non sottovalutare i segnali ed essere preparati". In Italia non è stato registrato alcun caso umano di influenza aviaria A-H5N1 ma sarebbe rischioso abbassare la guardia: "Attualmente esistono due vaccini pre-pandemici per l'uomo basati su H5N1, uno dei quali è già stato opzionato dall'Italia ed in caso di pandemia, anche se il vaccino dovesse essere adattato ad un ceppo nuovo, ciò richiederebbe comunque poco tempo poiché i virus influenzali li conosciamo bene ed è una situazione molto diversa rispetto al Covid-19", spiega Rezza.

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