Sarà un decreto legge quello che il Consiglio dei ministri di martedì 4 giugno valuterà per abbattere i tempi d’attesa nel Servizio sanitario, e non un disegno di legge. Ma quest’ultimo, da presentare in parlamento non è escluso: la parte onerosa della normativa potrebbe infatti essere convogliata in un testo a parte, magari da approvare con calma in estate. Le risorse auspicate dal ministero della Salute per tutte le misure da intraprendere, il ministero dell’Economia (e del Tesoro) non le avrebbe. Il governo comunque ha deciso di varare un provvedimento d'urgenza. Tra le previsioni: per ridurre i tempi delle liste di attesa ed evitare degenze prolungate dovute alla mancanza di disponibilità per gli esami diagnostici, le visite diagnostiche e specialistiche potrebbero essere effettuate anche sabato e domenica e la fascia oraria per tali prestazioni potrebbe essere prolungata. Altra possibile misura: il centro unico di prenotazione con visibilità sulle agende sia delle strutture pubbliche sia di quelle private convenzionate con il Servizio sanitario dovrebbe essere nel decreto legge (che poi andrà comunque convertito dalle due camere). Così come il monitoraggio dei tempi di attesa, affidato all’Agenas. Le misure che necessitano di una copertura finanziaria invece –come il ruolo delle farmacie e la medicina specialistica – dovrebbero finire nel disegno di legge successivo.
Negli ultimi giorni sarebbe emerso che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti potrebbe disporre di un budget di appena 300 milioni. Invece il provvedimento richiedeva 1,5 miliardi. Tanto sarebbe costato far ottenere le prestazioni in intramoenia nel pubblico od acquistandole dal privato ai cittadini che non riuscivano ad ottenerle nei tempi indicati nella ricetta del medico di famiglia o specialista. Altro aumento ipotizzabile: quello generato dall’aumento delle prestazioni chieste al privato accreditato: non più dell’1% sul 2023, ma del 2%. C’è poi la possibilità in capo alle regioni di concludere accordi con le farmacie dei servizi per retribuire esami di primo livello prescritti da medici di famiglia sul territorio. Tra l’ipotesi del solo decreto legge –soluzione che avrebbe imposto di partire subito con tutto, spendendo di più – e il disegno di legge –dove magari si sarebbe inserita la richiesta di più parti, opposizioni soprattutto, di un incremento dei Fondo sanitario nazionale – il governo sembra scegliere in ogni caso una terza opzione, e cioè inserire in un decreto legge tutte le misure che non richiedono oneri aggiuntivi, tipo l’obbligo per il medico di famiglia di apporre il sospetto diagnostico scrivendo il codice ICD9, e lasciare il resto all’eventuale disponibilità di nuove risorse.