Gli straordinari meglio pagati, 100 euro l’ora, possono aiutare l’estensione dell’offerta di prestazioni diagnostiche e di visite ambulatoriali negli ospedali. Ma, parafrasando la pubblicità di 20 anni fa, “non bastano”. A smontare in parte gli intenti della Manovra 2024 è un sondaggio realizzato da Cimo Fesmed, federazione sindacale dei medici ospedalieri che riunisce le sigle Anpo-Ascoti, Cimo, Cimop e Fesmed): su mille camici bianchi, campione rappresentativo, 585 non sono disposti a lavorare di più per abbattere le liste d’attesa. Rischia dunque il flop il piano del Governo per ridurre i tempi, che implica uno stanziamento da 280 milioni per gli aumenti delle retribuzioni delle prestazioni aggiuntive di medici e infermieri. Il 29% dei rispondenti dichiara di lavorare già molte ore oltre il proprio orario di lavoro e non intende sacrificare ulteriormente la propria vita privata; il 21,5% ritiene che non sia questa la soluzione al problema delle liste d’attesa; il 3,5% (non molti…) preferisce prolungare il proprio orario di lavoro lavorando in intramoenia o privatamente mentre il 4,6% ritiene insufficiente l’aumento delle tariffe previsto; il 18% invece lavorerà di più per abbattere le liste d’attesa perché sente il dovere di farlo mentre il 23,4% aderirà alla richiesta per arrotondare lo stipendio.
«Sono numeri che non ci stupiscono», commenta Guido Quici, Presidente Cimo-Fesmed. «I risultati mettono in luce ancora una volta il grande spirito di abnegazione dei medici, che vengono poi ringraziati con aumenti contrattuali ben al di sotto del tasso inflattivo e con vergognosi tagli alle pensioni». Ma soprattutto, «chiedendo ai medici già dipendenti di lavorare di più si continua a raschiare il fondo del barile dove, da raschiare, non c’è più nulla. I medici sono stremati da condizioni di lavoro insostenibili. Hanno difficoltà ad andare in ferie o a prendersi qualche ora di permesso perché, a causa della carenza di personale, lascerebbero i servizi svuotati e i pazienti senza cure». Quici torna a sottolineare che la situazione relativa al rapporto tra orari ed emolumenti del medico ospedaliero è più complessa di quanto non venga riportato anche dalle istituzioni. «Da un lato le Regioni non assumono il personale e risparmiano risorse ingenti: secondo l’Agenas, nel 2022 le Regioni, rispettando il tetto di spesa, avrebbero potuto spendere per il personale sanitario 2,6 miliardi di euro in più rispetto a quanto effettivamente speso. Dall’altro lato, si utilizzano milioni di euro per pagare cooperative e medici a gettone che non possono garantire la stessa continuità, qualità e sicurezza delle cure del personale dipendente». Il governo è «non intenzionato a superare il tetto alla spesa per il personale, e per abbattere le liste d’attesa copia misure già adottate precedentemente e che si sono dimostrate del tutto fallimentari. Le risorse stanziate infatti arrivano alle Aziende con ritardi clamorosi, che ne rendono impossibile l’utilizzo. E quei soldi non si sa che fine facciano». Oltretutto, la manovra ora in discussione in Commissione Bilancio al Senato «colpisce i medici dipendenti con tagli inaccettabili ai loro assegni pensionistici, costringendo di fatto chi può ad abbandonare il Servizio sanitario nazionale».
Soluzioni? Per Quici, «per ridurre le attese occorrono interventi strutturali. Senza il superamento del tetto alla spesa per il personale, incentivi veri che rendano il Servizio sanitario nazionale nuovamente attrattivo e senza un piano straordinario di assunzioni, non si otterrà alcun risultato, se non quello di sprecare ogni anno 280 milioni di euro, che potrebbero invece essere utilizzati per assumere medici e infermieri».