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21/04/2023

Mieloma multiplo, l'esperienza real life con belantamab mafodotin all'ematologia universitaria di Catania

Nel trattamento del mieloma multiplo recidivato/refrattario (Mmrr), negli ultimi anni un notevole progresso è stato reso possibile dall'impiego di belantamab mafodotin, coniugato farmaco/anticorpo (ADC) che ha colmato una necessità medica insoddisfatta nei pazienti non responsivi a tutte le altre terapie efficaci disponibili.
Sono molti i dati osservazionali 'real life' che confermano o risultano anche migliori rispetto a quelli ottenuti con il Dreamm-2, studio registrativo di fase 2. Lo conferma il prof. Francesco Di Raimondo, Ordinario di Ematologia all'Università degli Studi di Catania. «Belantamab mafodotin è sicuramente uno dei farmaci innovativi più interessanti in quanto ha un meccanismo d'azione quasi unico, nel senso che permette di veicolare in maniera specifica una tossina nei confronti delle cellule bersaglio» premette l'ematologo. «Detto questo, abbiamo ancora molto da lavorare per capire perché alcuni pazienti rispondono mentre altri non rispondono alla terapia. Lo studio registrativo ha documentato che la risposta al trattamento è intorno al 30% dei pazienti, soggetti pesantemente pretrattati. Quel 30% di pazienti responsivi rappresenta sicuramente un dato molto favorevole considerata la refrattarietà alle terapie convenzionali. Resta da capire perché vi sia un 70% di pazienti refrattari e questo aspetto rappresenta il punto fondamentale al quale ancora non si è riusciti a dare una risposta. Infatti, considerando il meccanismo d'azione costituito da una terapia mirata a pazienti positivi per un determinato antigene - il BCMA (B-cell Maturation Antigen) - non è chiaro per quale motivo, visto che l'antigene è presente in tutte le cellule mielomatose, solo il 30% dei pazienti risponda al trattamento. Questa è una sfida del prossimo futuro: cercare di capire quale paziente risponderà al trattamento rispetto a chi invece si prevede che non risponderà; questo anche per evitare di sprecare risorse». Peraltro, tra i pazienti che rispondono, vi è una buona durata della risposta. «Anche la nostra esperienza è abbastanza in linea con il dato registrativo» riprende Di Raimondo. «Abbiamo trattato 20 pazienti con una mediana di 5 precedenti linee di trattamento (fin da quando il farmaco era disponibile per uso compassionevole). Il numero mediano di cicli somministrati è stato di 10. La nostra esperienza è stata abbastanza favorevole nel senso che molti pazienti hanno risposto anche per un lungo periodo di tempo. In particolare, la risposta è stata osservata nel 65% dei pazienti (vs il 32% dello studio registrativo). Si sono avuti dati migliori rispetto allo studio registrativo anche in termini di sopravvivenza libera da progressione a 8 mesi e sopravvivenza globale a 15 mesi». Vi sono pure pazienti che hanno risposto pur avendo una malattia extra-midollare, aggiunge il prof. Di Raimondo, e questo dato, specifica, in letteratura è relativamente nuovo nel senso che nello studio registrativo i pazienti che avevano una malattia al di fuori del midollo osseo non riuscivano a rispondere al trattamento. «Questo a conferma che c'è ancora un mondo da scoprire nell'utilizzo del belantamab». L'esperienza del team del prof. Di Raimondo è molto positiva anche in termini di tossicità documentata nello studio registrativo, sia in termini di abbassamento del numero di piastrine (aspetto non preoccupante) sia di una tossicità del tutto nuova per gli ematologi, ossia la cheratopatia, ovvero una compromissione della cornea. «Nella nostra esperienza abbiamo avuto la fortuna di coinvolgere una collega oculista che si è appassionata al problema e che sottopone a visita periodica tutti i pazienti trattati con belantamab mafodotin. Questo ci ha permesso di mantenere le dosi e le tempistiche giuste per la somministrazione e, probabilmente, ci ha permesso di avere dei dati di tossicità (tossicità oculare di grado 1 nell'81% dei casi e di grado 2 nel 19%) e di efficacia che sono forse un po' superiori rispetto alla letteratura proprio perché si è riusciti a mantenere sia la giusta frequenza di somministrazione che il giusto dosaggio. Infatti, dopo una valutazione oculistica basale, i frequenti controlli, anche senza che il paziente avesse avuto disturbi soggettivi, ci hanno permesso di cogliere la tossicità oculare nelle fasi iniziali che sono quelle che più si giovano degli opportuni provvedimenti terapeutici quali unguenti, gocce, lacrime artificiali, etc. Per cui» specifica il prof. Di Raimondo «la nostra esperienza sotto il profilo della tossicità ci dice che è fondamentale coinvolgere l'oculista in modo che i pazienti vengano seguiti da lui in maniera costante e preventiva». Quindi, conclude il prof. Di Raimondo, «il belantamab mafodotin si conferma farmaco non solo efficace ma anche ben tollerato. Questa sua maneggevolezza ne fa un candidato ideale per la terapia di combinazione e numerosi studi stanno valutando la combinazione di belantamab con altri farmaci attivi nel mieloma. La prossima sfida della ricerca scientifica è proprio quella trovare il farmaco partner ideale al fine di potenziarne l'efficacia».
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