
Negli ultimi 28 giorni (dal 9 gennaio al 5 febbraio 2023), a livello globale, si sono registrati quasi 10,5 milioni di nuovi casi Covid e oltre 90mila morti, con un calo, rispettivamente, dell'89% e dell'8% rispetto ai 28 giorni precedenti. È quanto riporta l'Organizzazione mondiale della sanità nel bollettino che diffonde settimanalmente. Al 5 febbraio scorso, da inizio pandemia sono oltre 754 milioni i contagi confermati e oltre 6,8 milioni i decessi. L'Oms, però, precisare che «le tendenze attuali sono sottostime del numero reale di infezioni e reinfezioni» da Sars-CoV-2, «come mostrano le indagini sulla prevalenza. Questo è in parte dovuto alla riduzione dei test e ai ritardi nella segnalazione in molti Paesi. I dati presentati possono essere incompleti e pertanto dovrebbero essere interpretati con cautela», avverte l'agenzia ginevrina. A livello regionale, negli ultimi 28 giorni i nuovi casi sono diminuiti o rimasti stabili in tutte le regioni Oms (-92% Pacifico occidentale, -65% Sudest asiatico, -62% Europa, -43% Americhe, -27% Africa, -2% Mediterraneo orientale), mentre le nuove morti sono aumentate in tre regioni (+45% Mediterraneo orientale, +21% Africa, +14% Americhe) e diminuiti o rimasti stabili nelle altre tre (-61% Sudest asiatico, -38% Europa, -3% Pacifico occidentale). Per l'Italia, sempre negli ultimi 28 giorni, l'Oms riporta un calo del 66% per i contagi e del 40% per i decessi. «Il virus del Covid c'è. E ormai credo tutti abbiamo capito che non se andrà mai. Il calo di attenzione mediatica è da un lato un bene, perché evita il propagarsi di panico da falsi allarmi. Dall'altro lato eliminare, seppure inconsciamente, il problema può essere un rischio per chi invece è, e continuerà ad essere, a rischio di malattia grave», ha detto all'Adnkronos Salute l'epidemiologo
Pier Luigi Lopalco, docente di Igiene all'Università del Salento.
Negli ultimi 28 giorni il numero più alto di nuovi casi Covid è stato segnalato da Cina (3.485.265, -96%), Giappone (2.429.215, -42%), Stati Uniti (1.328.654, -27%), Repubblica di Corea (736.811, -59%) e Brasile (389.444, -59%), mentre per decessi riportati in testa ci sono Cina (40.812, -11%), Usa (15.294, +40%), Giappone (9.874, +28%), Regno Unito (2.671, -32%) e Brasile (2.566, -37%). Proprio da un'analisi condotta su un campione di casi a Pechino e pubblicata su 'The Lancet' è emerso che nessuna va variante Covid sembra essere emersa durante la recente epidemia in Cina. Gli autori hanno esaminato le sequenze virali di 413 nuove infezioni da Sars-CoV-2 che si sono verificate nel periodo in cui il gigante asiatico ha revocato le sue più severe politiche di controllo della pandemia. Questi contagi sono stati causati, secondo i risultati ottenuti, da ceppi esistenti. Oltre il90% delle infezioni locali a Pechino tra il 14 novembre e il 20 dicembre 2022 ha rivelato la presenza delle sottovarianti Omicron BA.5.2 o BF.7. I casi importati durante lo stesso periodo riguardavano per lo più varianti diverse da quelle dominanti a Pechino. Degli oltre 400 campioni esaminati, 350 erano casi locali e 63importati. I casi importati provenivano da 63 Paesi e regioni. Il ceppo dominante a Pechino dopo il 14 novembre 2022 era BF.7, che rappresentava il 75,7% delle infezioni locali. Un'altra sottovariante di Omicron, BA.5.2, era responsabile del 16,3% dei casi locali. «È importante continuare a monitorare attentamente la situazione in modo che eventuali nuove varianti che potrebbero emergere vengano individuate il prima possibile», evidenzia l'autore principale dello studio,
George Gao, Istituto di microbiologia dell'Accademia cinese delle scienze.
Nella cura del Covid un'arma importante, sono stati i monoclonali. Da uno studio pubblicato su The Journal of Clinical Investigation è emerso che il loro utilizzo possa indurre la comparsa di mutazioni nel virus SarsCov2, favorendo lo sviluppo di resistenza ai farmaci. Un apposito algoritmo è però in grado di identificare i pazienti in cui è più probabile che compaiano mutazioni prevenendo il fenomeno. Il team ha studiato l'evoluzione del virus in un campione di pazienti con Covid trattati con diversi anticorpi monoclonali e in cura nella sezione di Malattie Infettive dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona. Circa l'8% di loro ha sviluppato mutazioni evasive sulla proteina Spike con notevole velocità. Il fenomeno è risultato 3 volte più probabile nei pazienti immunocompromessi. A favorire le mutazioni, secondo i ricercatori, sono diversi fattori: «Non contano solo la capacità neutralizzante dei monoclonali e il sistema immunitario del paziente, ma anche l'intero processo di guarigione», ha spiegato
Samir Kumar-Singh, co-autore dello studio. I ricercatori sono stati inoltre in grado di sviluppare un algoritmo in grado di predire con il 96% di precisione in quali pazienti è più alto il rischio di mutazioni. Ciò «ci permette di mantenere alta l'efficacia dei monoclonali utilizzandoli solo nei pazienti che ne possono avere un beneficio», ha affermato
Evelina Tacconelli, direttrice della sezione di Malattie Infettive dell'ospedale scaligero e tra gli autori dello studio.