
Né prossimità né recupero delle prestazioni saltate durante la pandemia: con i soldi del recovery plan l'Italia non sta facendo la riforma giusta per i cittadini, né su territorio né su ospedale.
Trenta società scientifiche chiave di più discipline, riunite in un Forum coordinato dall'oncologo
Francesco Cognetti, chiedono un'immediata interlocuzione con il ministero della Salute per studiare correttivi a beneficio dei pazienti prima dell'emanazione dei due decreti sugli standard territoriali ed ospedalieri (nuovo DM 70). Un tavolo di confronto molto diverso dagli incontri che stanno avvenendo lentamente al ministero della Salute, cui le società scientifiche sono chiamate una ad una. Il sociologo
Ivan Cavicchi, docente all'Università Tor Vergata ed esperto di organizzazione sanitaria, spiega le ragioni dell'errore generatosi nella missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza varato dall'Italia. «Se la riforma è stata pensata per rispondere alle esigenze post pandemia deve rappresentare una discontinuità rispetto alle politiche per l'ospedale viste fino al 2019, e invece le ripropone. Se è stata pensata per potenziare le cure primarie a fronte della popolazione che invecchia, dovrebbe consentire il progressivo avvicinamento dei servizi alle case dei malati e invece propone una "casa di comunità" ogni 50 mila abitanti obbligando il medico di famiglia che fin qui stava sotto casa del paziente a lavorare nelle nuove strutture per la metà del suo tempo. Ove la gente constatasse che dopo la pandemia non arrivano risposte, il servizio sanitario nazionale non avrebbe ragione di esistere, bensì di chiudere».
Che le politiche per l'ospedale da cui si parte si siano rivelate fallimentari in pandemia lo confermano le cifre portate da Cognetti: «E' scomparso negli ultimi 10 anni un ospedale su 10, e così 25 mila letti di ricovero ordinario; sono stati negati 37 miliardi in 10 anni al personale del Ssn, e l'esodo dei medici ospedalieri ci ha portati ad averne 60 mila meno della Germania e 40 mila meno della Francia che ha la nostra stessa popolazione; e ancora, 350 letti ogni 100 mila abitanti contro i 500 della media dell'Unione europea e letti di terapia intensiva che non sempre sono passati dai 9 ai 14 ogni 100 mila abitanti come il governo chiedeva alle regioni». Riguardo al territorio, come spiega
Dario Manfellotto, presidente degli internisti Fadoi, «se è naturale che il PNRR affidi ad un decreto ministeriale i nuovi standard, non è naturale che il decreto in questione, d'imminente uscita, continui a considerare scollegati i problemi di ospedale e territorio. Questo perché non sono stati adeguatamente sentiti i rappresentanti della comunità scientifica. Inoltre nelle strutture territoriali manca personale, le stiamo creando senza anima». Né è stata fin qui considerata più di tanto la medicina di emergenza e pronto soccorso, intersezione tra ospedale e territorio: Afferma
Fabio De Jaco, presidente Simeu: «Non possiamo pensare che la risposta alla crisi sia quella che stiamo vedendo. Anche Ps e reparti ospedalieri sono andati in affanno in pandemia. Se l'ospedale di comunità fosse quello che vediamo scritto nelle bozze di decreto di riforma del territorio, e la guardia notturna fosse gestita con gli stessi criteri che fin qui costringono i PS a prendere in carico gran parte dei pazienti cronici delle case di riposo con un problema manifestatosi nella notte o nei festivi, le migliorie dove stanno?».
Preoccupazioni analoghe esprimono
Alfredo Berardelli (Società Italiana di Neurologia),
Diego Foschi (Società Italiana di Chirurgia),
Ciro Indolfi (Società Italiana di Cardiologia) e ancora Manfellotto che formula due richieste: la prima, un maggior contributo della medicina territoriale nel prendere in carico i "codici bianchi" e le urgenze differibili; la seconda è indurre i reparti ad agevolare le dimissioni se ci sono servizi pronti a rilevare il paziente, «un ricoverato non dovrebbe aspettare dal giovedì al lunedì per una presa in carico in assistenza domiciliare integrata». «Sono possibili alcuni interventi a zero oneri aggiuntivi», conferma Cognetti. «A partire dal conferimento degli interventi chirurgici in oncologia a sole strutture con casistica, che oggi non avviene. C'è il rischio che, dopo 165 mila morti di Covid, peggior risultato dell'Europa Occidentale, la riforma della sanità cada in mano ad un'inerzia che non ci permetterà né di recuperare gli interventi chirurgici saltati per i pazienti oncologici, né di affrontare le conseguenze degli screening saltati in termini di maggiore gravità dei casi».
Walter Ricciardi, Consiglio Esecutivo OMS e Presidente del 'Mission Board for Cancer' UE, sottolinea che anche trovando un'interlocuzione superiore con il ministero della Salute e la DG Programmazione, la sanità è in mano a 21 regioni e province autonome, e persino a singole direzioni generali Asl. «In Francia il presidente Macron mi ha ascoltato come esperto Ue, e dopo poco alcune indicazioni che gli abbiamo dato erano realtà. In Italia questo non è possibile. Alcune colpe non sono solo dei politici. La speranza è in una classe politica che sappia capire la centralità dei bisogni del cittadino e comportarsi di conseguenza».