
Una volta i bambini con una malattia infettiva si tenevano al letto o nei suoi paraggi. Per quanto talora asintomatico, il Covid è malattia infettiva. Ma il Decreto-legge del 24 marzo scorso consente agli alunni infettati di seguire le lezioni a scuola a distanza. Ci vuole tuttavia un certificato medico, del pediatra o del medico di famiglia. E qui però si aprono vari dubbi. Primo, perché il pediatra non può decretare in scienza e coscienza che lo scolaro ora asintomatico sarà in grado di seguire la lezione per tutti i 10 giorni di isolamento (7 se è un ragazzo vaccinato) che lo attendono. Secondo, perché i lavoratori sono trattati diversamente, nessuno li costringe febbricitanti allo smart working e guai se fosse il contrario. Comunque, non resta che adattarsi al potere predittivo e certificare che "ove le condizioni di salute lo permetteranno l'alunno potrà fare la DAD «Siamo alle prese con una certificazione che non ha senso, e tutto sommato inutile», dice
Antonio D'Avino nuovo Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri-FIMP, sindacato maggioritario dei pediatri di libera scelta. «Innanzi tutto, noi non possiamo certificare quanto non è attestato a seguito di una visita. E più propriamente di attestazione si dovrebbe parlare, provenendo per lo più le informazioni richieste nel decreto da condizioni cliniche riferite dal genitore. Invece la norma dice che su richiesta delle famiglie il pediatra predispone per il ragazzo, alle prese con il rush finale a scuola, specifica certificazione medica per la DDI (Didattica Digitale Integrata). Ma chi mi dice che l'alunno ora apiretico tra qualche ora non sia febbricitante e indisponibile per la didattica a distanza? Il decorso non si può prevedere, nemmeno nei bambini».
Secondo D'Avino, «per accedere alla DDI dovrebbe bastare un'attestazione "ufficiale" cioè un tampone con esito positivo presentato dal genitore al dirigente scolastico. Da una parte andrebbero esclusi i tamponi fai-da-te i cui esiti fra l'altro in molte situazioni non sono risultati affidabili al 100%, dall'altra sarebbero preferibili i tamponi antigenici con alta sensibilità o, meglio, quelli molecolari del Dipartimento di Prevenzione, che si integra facilmente con l'istituzione scolastica oltre a dare un responso del tutto affidabile. A questo punto, il pediatra potrebbe redigere il certificato per i soli casi di inidoneità transitoria, quando il bambino fosse sintomatico. E si potrebbe mettere un paletto a una legge che di paletti per ora non ne ha. Ricordo che nessuna malattia infettiva va in DDI, mentre per il Covid-19 nei bambini c'è stato un progressivo spostamento normativo: prima si chiudeva tutto, poi c'era la quarantena per i contatti stretti al primo caso in classe, e si è disposta la DDI; ora possono frequentare persino i positivi e sta passando il concetto che pure la malattia infettiva non controindica forme di frequenza a scuola. A questo punto qualcuno potrebbe dire: lo studente malato può frequentare e il lavoratore con Covid no?» È una legge alla quale ci si dovrebbe ribellare? «E' una legge, e noi stiamo ottemperando», dice il Presidente FIMP. «Ma in fase di conversione andrebbe rivalutato il contenuto, capire se ha appigli ordinamentali ma anche clinici e vorremmo aprire come pediatri un dibattito con i ministeri di Salute ed Istruzione. Ci sono molti punti discutibili in questa norma. Ad esempio, se lo studente interrogato in quel limbo che è la frequenza a distanza prende un votaccio, pregiudicando l'anno scolastico, la famiglia potrebbe far valere l'inidoneità mettendo in discussione il certificato rilasciato dal pediatra». Tra l'altro, con il crescere dei casi, le famiglie non chiedono solo la DDI ma si recano in questi giorni dal pediatra per la riammissione a scuola, norma che ha una "ratio" più consolidata nel tempo ma in alcune regioni è stata abolita: l'adempimento è regola in alcune regioni, a macchia di leopardo». D'Avino, Presidente Fimp dal 20 marzo al posto di Paolo Biasci, conferma la disponibilità a collaborare con le istituzioni per nuove soluzioni, e richiama la parte pubblica a «sburocratizzare e contemperare un più agevole accesso ai servizi digitali agli alunni con la sostenibilità dei carichi di lavoro dei pediatri. Se per i certificati DDI chiediamo sia sufficiente il referto di positività del servizio di igiene ASL, delle farmacie o dei centri riconosciuti dalla regione, e che il pediatra entri in gioco in caso di sintomi febbrili o marcati, per i certificati di riammissione a scuola vorremmo un unico indirizzo coerente per tutte le regioni o, meglio ancora, l'abolizione ove uniformare fosse problematico perché ormai ogni autonomia ha preso la sua strada».