
Gli investimenti dai Fondi del
Recovery Plan saranno occasione per uniformare (in meglio) i servizi sanitari regionali italiani? È uno degli spunti principali nel webinar "i cantieri della Sanità del futuro", introdotto dal presidente Cnel
Tiziano Treu ed ideato da Censis e Janssen, ospiti il ministro della Salute
Roberto Speranza e gli assessori delle Regioni Veneto, Puglia, Lazio che con il Piemonte hanno collaborato all'indagine sui servizi sanitari da rilanciare con fondi dell'Unione europea.
Nel suo intervento, l'assessore pugliese
Pierluigi Lopalco chiede innanzi tutto di «ristabilire l'equità nei servizi sanitari regionali. Serve una più equa distribuzione delle risorse. Come servirà investire in prevenzione, se abbiamo avuto più morti di Covid degli altri paesi non è per l'età media elevata ma perché il sistema paese non regala al cittadino anni di vita in buona salute». L'indagine esposta dal dg Censis
Massimiliano Valerii racconta di un servizio sanitario pubblico che si regge su una destinazione pro capite di 2000 euro, meno della metà del servizio sanitario danese, e dal quale sono fuoriusciti 39600 sanitari in 10 anni. C'è un gravissimo problema di personale da Nord a Sud, che rischia di minare la nuova riforma della medicina territoriale. Nel 2040 avremo oltre 19 milioni di anziani (+38,5%) e 28 milioni di cronici (+12%). Intanto, già nel 2020 causa Covid-19 abbiamo avuto 46 milioni di visite specialistiche in meno e un taglio di 3 milioni di screening oncologici. La ricerca individua quattro elementi per un Ssn più vicino ai cittadini: centralità del fattore umano (oltre il 96% degli intervistati da Censis dichiara di avere fiducia negli operatori sanitari); digitalizzazione (l'86,5% chiede di prenotare prestazioni da smartphone e pc; l'86,6 vorrebbe avere accesso alla scheda sanitaria ovunque e in modo semplice); riconoscimento della sanità come ecosistema, insieme di attori pubblici e privati che devono interagire tra loro e con attori di altri mondi. Gli intervistati chiedono che le Regioni cooperino sia tra loro sia con il centro, per evitare diversità inutili e frammentazioni; il 52% si attende più efficienza, il 33,2 più umanità, maggiore attenzione al malato-persona, il 33 più responsabilizzazione dei cittadini sui costi del Ssn e sugli stili di vita, il 30,8 più collaborazione con i diversi soggetti della sanità (privato, non profit, volontariato); il 26% che l'accesso alla sanità sia garantito in modo eguale al di là di latitudine, ceto, sesso, età; e oltre il 91% dice sì alla telemedicina purché resti centrale il rapporto medico-paziente.
Le richieste degli assessori al "Recovery Plan" sono nel complesso univoche. Alle regioni manca personale, «specie medici - dice Lopalco - ogni intervento teso a creare borse per gli specialisti avrà effetti in anni; urge il task shifting, concentrare i medici su attività pertinenti al loro lavoro delegando parte dell'assistenza e dei percorsi assistenziali ad altre figure professionali; e serve rivedere il sistema di formazione specialistica, impiegando subito negli ospedali i medici neo-abilitati». In sintonia
Manuela Lanzarin assessore veneto, «è il problema più grave in vista della riforma della medicina di prossimità, una carenza che crea limiti e per la quale servirà attenzione a programmare».
Per
Alessio D'Amato assessore laziale, oltre all'umanizzazione delle cure, la rivoluzione digitale «è prioritaria, e le risorse sono contenute: abbiamo avuto disinvestimenti per 30 miliardi, 2 punti e mezzo di prodotto interno lordo, la telemedicina va finanziata in modo trasparente e smart». «Di telemedicina - dice Lanzarin - ha bisogno soprattutto la sanità territoriale e tutti gli interventi devono avere un filo conduttore concordato tra sanità regionali e nazionale». Per il ministro della Salute Roberto Speranza «abbiamo di fronte due sfide che devono alimentarsi reciprocamente: l'emergenza Covid, e il rilancio del Ssn. Oggi si chiude la stagione dei tagli e si apre quella degli investimenti. Le risorse però da sole non bastano, servono riforme. La prossimità dovrà essere uno degli elementi fondanti, la casa deve diventare il primo luogo di cura, ma dobbiamo anche rafforzare la nostra capacità di investire sulla sanità digitale e la logica dell'ecosistema».
Enrico Coscioni presidente Agenas accenna al prossimo piano nazionale esiti che a fine 2021 riporterà i dati 2020 e non più di 2 anni prima, all'imminente patto salute che imposterà livelli essenziali di assistenza territoriale, alla revisione data dal Recovery che prevede medici di comunità domiciliari ed arginerà il ricorso improprio di codici bianchi e verdi ai pronti soccorso.
Massimo Scaccabarozzi, ad Janssen Italia sottolinea come l'industria stia lavorando a progetti d'assistenza in remoto, con «servizi di monitoraggio a distanza, iniziative per portare le terapie a casa ove condizione e tipo di farmaco lo consentano, soluzioni digitali innovative per una connessione continua clinici-pazienti. È una sfida dove vogliamo esserci, tenendo presente l'obiettivo della qualità della vita».
Mauro Miserendino