Europa e Mondo
08/06/2021

Vaccini Covid, netta disparità tra Paesi industrializzati e quelli più poveri. Il punto al G7

Si va dall'oltre un miliardo di vaccini somministrati in Asia ai quasi 35 milioni dell'Africa. Disparità abissali che marcano una netta distinzione tra i Paesi industrializzati da quelli più poveri. I dati, riportati dal sito "Our World in Data", indicano infatti che l'Asia precede di gran lunga gli altri continenti, con un numero di vaccinazioni anti Covid-19 triplo rispetto agli oltre 383,3 milioni registrate nel continente europeo e ai 375,4 milioni del Nord America. Queste ultime, a loro volta, superano decisamente i 128,5 milioni di vaccini somministrati nell'America meridionale. Segue l'Africa, con circa 34,5 milioni di dosi e chiude la classifica l'Oceania, con 6,05 milioni. Il primo ministro inglese Boris Johnson ha annunciato che, nell'imminente vertice del G7 in Cornovaglia, chiederà agli altri sei grandi della Terra di contribuire attivamente a vaccinare il mondo intero entro la fine del 2022 e colmare le enormi disparità. «Il mondo - ha detto Johnson - ci guarda e ci chiede di essere all'altezza della maggiore sfida del dopoguerra: sconfiggere il Covid e guidare una ripresa globale ispirata ai nostri valori condivisi». «Vaccinare il mondo entro la fine dell'anno prossimo - ha aggiunto il premier padrone di casa - sarebbe il piu' grandioso exploit nella storia delle medicina».

Le disparità ci sono, poi, anche all'interno degli stessi continenti. In Asia, per esempio, è la Cina a giocare la parte del leone, con oltre 763 milioni di vaccini somministrati, seguita a distanza dall'India (225,5 milioni); si passa poi ai 9;8 milioni della Corea del Sud e agli 8,2del Pakistan, per scendere a Thailandia e Malaysia, che non raggiungono 4 milioni, fino a Myanmar, Nepal, Sri Lanka, che non superano i 2 milioni; fanalino di coda il Vietnam, con 1,2 milioni di vaccinati. Differenze marcate anche all'interno dell'Africa, dove sono appena sei i Paesi nei quali il numero vaccinati è nell'ordine dei milioni: dagli oltre 15 del Marocco ai nemmeno 3 di Egitto e Nigeria, mentre non arrivano a 2 milioni Etiopia, Ghana e Zimbabwe. Fra gli altri Paesi africani, un milione di vaccinati è un traguardo realistico per Angola (oltre 909.000 vaccinati) e Uganda (706.000), ma è lontano per moltissimi altri: dal Sudan (402.000) al Niger (159.000) e alla Somalia (137.600) fino a Repubblica democratica del Congo (poco piu' di 23.000) e Guinea Bissau (5.800). Ci sono disparità anche in Sud America, dove si va dai 71,4 milioni di vaccini somministrati del Brasile ai 2,9 milioni dell'Ecuador.

In Europa a guidare la classifica è il Regno Unito (67,2 milioni), seguito da Germania (54,2), Francia (39,5) e Italia (37,6). Sul Regno Unito, però, cala lo spettro della variante 'Delta' del coronavirus. La mutazione ex 'indiana' ha infatti una trasmissibilità superiore del 40% rispetto a quelle precedenti, secondo una stima abbozzata dal ministro della Salute britannico, Matt Hancock. Non necessariamente più letale, in un Paese che ha ridotto le morti giornaliere quasi a zero, ha vaccinato oltre il 60% della sua popolazione con una dose e il 40,7% con due, e che dalla prossima settimana inizia a inoculare chi ha meno di 30 anni, ma sufficiente a far sorgere dubbi sulla tanto decantata riapertura generale, con la fine delle ultime restrizioni, fissata per il 21 giugno. «Stiamo valutando ogni opzione», ha messo le mani avanti Hancock. «Al momento la media dei contagi giornalieri nel Regno Unito, per colpa della mutazione Delta, è risalita a 5-6.000, a fronte però di un numero di ricoveri rimasto al palo, mostrando che il nesso non è stretto, come in passato», ha detto Hancock. Anche sul fronte vaccinale rifanno capolino i dubbi: gli anticorpi prodotti dalle persone che hanno ricevuto entrambe le dosi del vaccino Pfizer/BioNTech tendono a essere oltre cinque volte meno efficaci contro la variante 'Delta' rispetto al virus originario su cui era tarato, secondo una ricerca condotta in Gran Bretagna dell'Istituto Francis Crick e pubblicata sulla rivista The Lancet. Il Regno Unito diventa così di nuovo il 'laboratorio' delle nuove tendenze della malattia e delle risposte ad essa, almeno in Europa.

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