Politica e Sanità

giu52018

Rapporto Gimbe, basta tacere del declino Ssn. Senza investimenti serviranno mutue integrative

Italia secondo sistema sanitario per l'Oms? Al terzo posto per Bloomberg? In realtà si tratta di classifiche obsolete. Le prestigiose posizioni decantate nelle comunicazioni istituzionali sono vecchie di 21 anni nel primo caso e fuorvianti nel secondo, dove si premia chi meno spende per garantire più anni di vita evitando di dire che la longevità dipende anche da ragioni diverse dalla sanità. Dal 3° Rapporto Gimbe presentato a Roma dal presidente della Fondazione Nino Cartabellotta, metodologo clinico ed esperto di economia sanitaria arriva la consapevolezza di essere a un bivio. Se si intende realmente preservare il servizio sanitario, o si inverte la rotta e si torna a finanziarlo (aumentando anche il ritorno del denaro investito) o andrà governata «la transizione ad un sistema misto, evitando una lenta involuzione che finirebbe per creare una sanità a doppio binario, sgretolando i princìpi di universalismo ed equità che da 40 anni costituiscono il Dna del nostro Ssn».

Dal confronto tra sondaggi sulle sanità dei diversi paesi europei e del mondo, emerge che gli indicatori più aggiornati sono i 194 Ocse, in 151 dei quali siamo quotati e in genere non ce la caviamo bene. Dopo dieci anni (e 12 miliardi in meno) di definanziamento, nel 2016 -anno analizzato- la spesa pubblica è stata 112 miliardi di euro, e la privata 45 miliardi, di cui 39,8 pagati di tasca dalle famiglie e solo 3,4 restituiti con detrazioni Irpef. Dei 5,6 miliardi di spesa sanitaria mediata 3,8 sono versati da fondi sanitari, 0,6 da enti di mutuo soccorso, altri 0,6 pagati da assicurazioni private, altrettanti sono "bonus" di imprese. Mutue & co sono utili se integrano le prestazioni Ssn: almeno per un 40% della loro spesa al momento non è così. Nel terzo capitolo ci si sofferma sui costi dei nuovi livelli essenziali di assistenza, non garantiti perché ancora mancano le tariffe dei nomenclatori, e sugli sprechi, stimati in 21,6 miliardi di cui 6,48 per prestazioni Ssn inappropriate, 3,24 da sottoutilizzo di prestazioni appropriate, 4,75 di frodi e abusi (tutta la macchina amministrativa Ssn costa 2,8 miliardi e i nuovi Lea sono finanziati con meno di un miliardo!), 2,16 di acquisti a costi eccessivi, 2,37 di burocrazia e complessità amministrative e 2,59 miliardi di inadeguato coordinamento dell'assistenza. Crescendo di 10 miliardi annui -tanto è stato il balzo tra 2015 e 2016 - al 2025 la spesa totale per la salute andrebbe stimata ragionevolmente in 220 miliardi, ma la terranno bassa il crescente impatto delle polizze integrative e la tendenza dello stato a investire sempre meno, salvo non si realizzino i programmi pre elettorali (il Movimento 5 stelle chiede 2,5 miliardi annui in più per il Fondo sanitario). Gimbe ha estrapolato una cifra da 184 miliardi per il 2025 (+27 miliardi rispetto ai 157 di oggi, ben 18 provenienti dal privato) che, per far fronte al nodo-invecchiamento, dovrebbe giovarsi di disinvestimenti -quali la revisione delle prestazioni coperte dal Ssn - per 70 miliardi di euro.

Stimate invece in 17 miliardi le spese sociosanitarie tra indennità d'accompagnamento, quote di comuni e regioni e 9 miliardi di spesa privata in badanti: le soluzioni per la non autosufficienza passano per la progettazione di un servizio socio-sanitario "con portafoglio". Più in generale, urgono la revisione del perimetro dei livelli essenziali di assistenza, una maggior capacità di controllo dello stato sulle regioni (le autonome ci staranno?) l'eliminazione del superticket, il riordino della sanità integrativa -dunque pilastro ineludibile -e un piano anti-sprechi da accompagnare a un programma nazionale di informazione scientifica per migliorare le scelte dei cittadini. I quali tuttora sprecano in prestazioni non scientificamente giustificate parte piccola ma non insignificante dei 39 miliardi di euro con cui co-finanziano il proprio diritto alla salute.
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