Le Scuole di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva tornano ad attrarre medici: gli iscritti sono 422 su 532 posti con borsa ministeriale, pari al 79,3%, contro il 68% registrato nel 2025. La crescita è dell’11% rispetto allo scorso anno, secondo i dati presentati al 59° Congresso nazionale della Società italiana d’igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (SItI). Il dato segnala una ripresa dell’interesse per la formazione in Igiene e Sanità pubblica, in un momento in cui il Servizio sanitario nazionale è chiamato a governare cambiamenti demografici, organizzativi e tecnologici. Crescono anche le seconde specializzazioni in Igiene e torna a essere rilevante, tra gli sbocchi professionali, il ruolo nelle direzioni sanitarie ospedaliere, insieme ad alcune attività nel settore privato, compresa quella di medico competente.
"Nelle 41 Scuole di Igiene e Medicina preventiva gli iscritti sono già 422 sui 532 posti con borsa ministeriale, pari al 79,3%, rispetto al 68% dello scorso anno. Si tratta di un segnale di rinnovata attrattività", afferma Carlo Signorelli, past president della SItI, docente di Igiene e Sanità pubblica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva.
Signorelli richiama anche il fenomeno delle seconde specializzazioni, segnalando casi di 21 iscritti con più di 70 anni. Una situazione che, osserva, è resa possibile dalle norme ministeriali che consentono l’ammissione ai corsi con borsa di studio anche a candidati di questa fascia d’età. "Dopo quattro anni di coordinamento dei direttori delle Scuole di Igiene, credo sia essenziale consolidare questa tendenza investendo sulla qualità formativa, corsi innovativi e ricerca applicata ai vari ambiti della sanità pubblica", aggiunge. La formazione è stata al centro di una delle sessioni plenarie della terza giornata del congresso, dedicata al futuro della Sanità pubblica e al ruolo della didattica nel cambiamento. L’altra sessione ha affrontato il tema della leadership sanitaria e della sostenibilità dei sistemi di cura. La trasformazione del Ssn richiede capacità di integrare formazione, ricerca e assistenza, valutare l’impatto delle nuove tecnologie e riorganizzare i servizi in risposta ai bisogni della popolazione. Una sfida resa più complessa dall’invecchiamento demografico: in Italia gli over 65 rappresentano il 24,7% della popolazione. Sul fronte delle risorse professionali, secondo i dati dell’Ocse citati nel corso dei lavori, il Paese dispone di 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. La spesa sanitaria si attesta all’8,4% del Pil, rispetto al 9,3% medio dell’organizzazione.
"Il rapporto tra direzione strategica e Università diventa essenziale per integrare formazione, ricerca e assistenza, sviluppare il capitale umano e trasferire le evidenze nella pratica", sottolinea Paolo Villari, docente di Igiene all’Università La Sapienza di Roma e socio vitalizio SItI Lazio. Tra le priorità indicate da Villari c’è anche la riorganizzazione dell’assistenza territoriale avviata con il decreto ministeriale 77/2022, attraverso Case della comunità, Centrali operative territoriali e nuovi modelli di presa in carico. Un percorso che offre l’opportunità di superare la separazione tra prevenzione e assistenza, ma che richiede professionisti, competenze e capacità organizzative per tradurre gli standard in servizi integrati. La leadership sanitaria, ha concluso Villari, deve quindi conciliare evidenze scientifiche, innovazione, risorse e responsabilità organizzative, mantenendo al centro la missione del Servizio sanitario nazionale: produrre salute e garantire qualità, appropriatezza, equità e sostenibilità.