La gestione della sepsi e dello shock settico resta caratterizzata da una forte disomogeneità organizzativa tra le strutture sanitarie italiane, con criticità nella disponibilità di percorsi diagnostico-terapeutici, nella gestione e nel follow-up dopo la dimissione.
La sepsi è una risposta disregolata dell'organismo a un'infezione che può determinare disfunzione d'organo e, nei casi più gravi, shock settico. In Italia si stimano circa 250.000 casi ogni anno, con 50.000-70.000 decessi, più di quelli di infarto del miocardio e ictus cerebrale, con il 40% dei ricoveri richiede il passaggio in Terapia Intensiva, con degenze mediamente tre volte più lunghe rispetto ad altre patologie acute. Tra i sopravvissuti, circa la metà sviluppa conseguenze a lungo termine, tra cui deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e debolezza fisica persistente; eppure, resta largamente sconosciuta ai cittadini e priva di percorsi codificati uniformi in ogni struttura sanitaria. È quanto emerge dal position paper realizzato da Cittadinanzattiva con il contributo non condizionato di AOP Health, sulla base di un'indagine che ha coinvolto 172 professionisti sanitari.
Il Position Paper nasce da un'indagine civica condotta da Cittadinanzattiva che ha raccolto le risposte di 172 professionisti sanitari (prevalentemente infettivologi, specialisti di medicina d'urgenza e anestesisti-rianimatori) oltre a interviste qualitative con rappresentanti di società scientifiche e federazioni (FIMMG, SIAARTI, SIMEU, SIMIT, SITA) e di associazioni di pazienti (AIPAMM, ANNA Onlus, TI DO AIUTO, FORUM Nazionale delle Associazioni di Nefropatici, Trapiantati d'Organo e di Volontariato).
La tempestività del trattamento rappresenta un elemento determinante nell'esito clinico. Secondo i dati riportati nel position paper, ogni ora di ritardo nella somministrazione della terapia mirata dopo l'insorgenza dello shock riduce la probabilità di sopravvivenza di circa il 7-8%. Nella pratica clinica italiana, tuttavia, la gestione non appare uniforme nell'arco delle 24 ore. Il 68,6% dei professionisti intervistati rileva differenze significative tra turni diurni e feriali e turni notturni e festivi, attribuite soprattutto alla minore disponibilità di laboratori di microbiologia e personale nelle ore serali.
Le criticità non riguardano soltanto la fase acuta. Il 73,3% delle strutture non dispone di un percorso strutturato di follow-up per i sopravvissuti alla sepsi e, nella fase post-ospedaliera, il 38,4% dei pazienti non ha una figura professionale di riferimento. Tra le complicanze più frequentemente segnalate dai professionisti figurano quelle fisiche, indicate dal 58,1% degli intervistati, le difficoltà legate alla mancanza di riferimenti sul territorio (47,7%) e quelle cognitive (43%).
La criticità più frequentemente segnalata è la mancanza di percorsi uniformi e condivisi, indicata dal 55% dei professionisti per la sepsi e dal 41,9% per lo shock settico. Più del 30% degli intervistati riferisce che nella propria struttura non è presente un protocollo aziendale specifico per la diagnosi della sepsi e dello shock settico. Il 70,9% segnala inoltre criticità nella comunicazione e nel coordinamento tra le diverse unità coinvolte nella gestione del paziente. L'indagine evidenzia anche differenze rilevanti tra le aree del Paese. Un protocollo aziendale specifico per la sepsi è presente nell'84,6% delle strutture rappresentate dagli intervistati del Nord, nel 63,6% di quelle del Centro e soltanto nel 42,9% di quelle del Sud e delle Isole.
Anche la formazione presenta una distribuzione disomogenea: al Nord il 61,5% degli intervistati riferisce la disponibilità di corsi specifici, mentre al Sud e nelle Isole il 78,6% segnala l'assenza di una formazione dedicata. Oltre il 53% dei medici del Sud e delle Isole ritiene inoltre che le carenze organizzative incidano direttamente sulla sopravvivenza dei pazienti, rispetto al 41% dei medici del Nord.
"Guarire da una sepsi non significa sempre tornare alla vita di prima. Le persistenti difficoltà fisiche, psicologiche e cognitive incidono significativamente sul recupero e sulla qualità di vita", sottolinea Nicola Latronico, professore ordinario di Anestesia e Terapia Intensiva dell'Università degli Studi di Brescia e direttore del Centro di Ricerca LOTO. "Senza una presa in carico continuativa, la transizione dall’ospedale al territorio rischia di lasciare pazienti e famiglie senza riferimenti adeguati, rendendo difficile riconoscere tempestivamente problematiche potenzialmente modificabili e garantire la continuità del percorso di cura e di recupero".
"La sepsi e lo shock settico rappresentano una sfida che riguarda il diritto dei cittadini alla sicurezza delle cure. Significa parlare di diagnosi precoce, tempestività degli interventi, qualità dei percorsi assistenziali e continuità della presa in carico. Con questo Position Paper abbiamo voluto offrire una prospettiva civica che possa contribuire a sostenere il miglioramento dei percorsi di cura" afferma Valeria Fava, Responsabile Coordinamento Politiche della Salute di Cittadinanzattiva.
Sulla base dei risultati dell'indagine, il position paper propone la standardizzazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali a livello nazionale e la garanzia di standard uniformi nell'arco delle 24 ore. Tra le altre priorità indicate figurano il potenziamento della diagnostica microbiologica e delle tecnologie rapide, il rafforzamento degli organici e della formazione dei professionisti e l'attivazione di percorsi strutturati di follow-up e integrazione tra ospedale e territorio.
L'obiettivo è ridurre le differenze organizzative tra le strutture e garantire una presa in carico della sepsi che prosegua dalla fase acuta fino al recupero post-ospedaliero.